Oltre Natura e Cultura: Gli Schemi Cognitivi nell'Antropologia di Philippe Descola

L'antropologia contemporanea si confronta con la necessità di superare le categorie concettuali che hanno storicamente definito il pensiero occidentale, in particolare la dicotomia tra "natura" e "cultura". Philippe Descola, figura di spicco nel panorama antropologico internazionale e allievo di Claude Lévi-Strauss, propone un approccio innovativo che indaga le diverse "ontologie", ovvero i modi in cui le società umane strutturano la loro comprensione del mondo e le relazioni tra gli esseri che lo popolano. La sua opera più influente, "Oltre natura e cultura", non solo critica il modello naturalista occidentale, ma offre strumenti per comprendere la molteplicità delle cosmovisioni esistenti.

Copertina del libro

Le Ontologie come Schemi Cognitivi Fondamentali

Descola sostiene che la diversità umana non può essere spiegata semplicemente come diverse culture che si stagliano su un substrato naturale uniforme. Al contrario, sono le diverse "ontologie" - intese come schemi cognitivi appresi - a plasmare le modalità con cui gli esseri umani attribuiscono continuità e discontinuità tra sé stessi e le altre entità del mondo, sia sul piano dell'interiorità (coscienza, spirito, intenzionalità) sia su quello della fisicità (forme, tessuti, sembianze). Questi schemi non sono semplici costruzioni sociali, ma veri e propri "programmi" mentali che guidano il comportamento quotidiano e la percezione della realtà, spesso senza che vi sia una consapevolezza esplicita.

La Critica al Naturalismo Occidentale

L'ontologia prevalente in Occidente, definita da Descola "naturalista", si basa su un principio di continuità con il mondo animale e vegetale sul piano della fisicità (come evidenziato dalla teoria evoluzionistica di Darwin), ma su una netta discontinuità per quanto riguarda l'interiorità. Questa prospettiva vede l'essere umano come dotato di una coscienza, soggettività e capacità cognitive uniche, che lo pongono al di sopra delle altre forme di vita. Questa visione dualistica, radicata nel pensiero cartesiano e rafforzata dalla Rivoluzione Scientifica, ha portato a considerare la natura come un dominio separato, oggettivo e sottomesso alle leggi umane, un "libro" da decifrare e manipolare.

Diagramma che illustra la dicotomia Natura-Cultura nella visione occidentale

La tendenza a concettualizzare il mondo attraverso l'opposizione tra soggetto e oggetto, tra un io autonomo e distaccato dal mondo e un oggetto esterno da descrivere e dominare, è una caratteristica distintiva del naturalismo occidentale. Questo approccio, sebbene abbia portato a progressi scientifici e tecnologici notevoli, rischia di oscurare la profonda interconnessione tra tutti gli esseri viventi e di perpetuare una visione antropocentrica del cosmo.

La Mondiazione: Costruire Realtà Attraverso il Filtro Ontologico

Descola propone il concetto di "mondiazione" per descrivere il processo attraverso cui le qualità e le relazioni presenti nell'ambiente vengono stabilizzate e integrate in mondi coerenti. Non esiste un mondo preesistente e oggettivo che attende di essere rappresentato, ma piuttosto una pluralità di mondi che emergono dal filtraggio ontologico operato dagli esseri umani. Gli oggetti, materiali e immateriali, non sono idee eterne né meri costrutti sociali, ma aggregati di qualità che vengono individuate o ignorate in base ai filtri ontologici.

L'esperienza "antepredicativa", che precede la formulazione di concetti e giudizi, gioca un ruolo cruciale in questo processo di stabilizzazione. Attraverso l'identificazione di somiglianze e differenze, e la correlazione tra "fisicalità" e "interiorità", gli esseri umani costruiscono le proprie ontologie.

Oltre il Dualismo: Le Altre Ontologie

Descola identifica quattro ontologie fondamentali, derivanti dalla combinazione delle dimensioni di continuità/discontinuità e interiorità/fisicità:

  • Naturalismo: Continuità nella fisicità, discontinuità nell'interiorità (tipico dell'Occidente moderno).
  • Animismo: Continuità nell'interiorità, discontinuità nella fisicità (presente in molte società amerindiane, come gli Achuar studiati da Descola). In questa prospettiva, animali e piante possiedono un'interiorità umana e possono persino cambiare forma, interagendo con gli umani in modi complessi e spesso metamorfici. Le categorizzazioni ontologiche sono flessibili, e l'identità è relazionale e soggetta a mutazioni.

    La semplice complessità dell'Universo

  • Totemismo: Continuità su entrambi i piani, fisicità e interiorità (es. popoli aborigeni australiani). L'identità è definita dall'appartenenza a collettivi che includono entità non umane.
  • Analogismo: Discontinuità su entrambi i piani (es. pensiero cinese antico). Il cosmo è visto come un insieme di immanenze particolarizzate, dove le relazioni tra le cose sono basate su analogie e correlazioni.

Queste ontologie non sono statiche, ma rappresentano schemi che si rafforzano con l'esperienza e che, pur essendo limitati, possiedono una forte plasticità e potenzialità di cambiamento.

Schema delle quattro ontologie di Descola

Implicazioni Epistemologiche e Politiche

La teoria di Descola ha profonde implicazioni per il modo in cui concepiamo la conoscenza e la nostra relazione con il mondo. Superare l'etnocentrismo, ovvero la tendenza a giudicare le altre culture secondo i propri schemi valoriali e concettuali, è fondamentale. L'antropologia, nel suo sforzo di comprendere la diversità umana, deve guardarsi dalla tentazione di creare tassonomie gerarchiche che pongano la logica occidentale al vertice.

La critica al capitalismo e alla forma di dominazione della natura storicamente propria dell'Occidente è inscritta nell'approccio epistemologico di Descola. Denunciando il "naturalismo" come un'ontologia particolare e non universale, egli apre la strada a nuove forme di pensiero e azione, soprattutto in relazione alle crisi ambientali. La questione ecologica, infatti, non può essere affrontata senza considerare le diverse cosmovisioni e i differenti modi di "fare umanità".

Verso una Nuova Ecologia Politica

L'opera di Descola incoraggia a ripensare la relazione tra umani e non umani, promuovendo una "ecologia simbolica" che rifiuta sia il determinismo ambientale sia le visioni idealiste. Concetti come "comunità ibrida", che descrive l'intreccio continuo di relazioni, scambi e flussi bioculturali, aiutano a superare le dicotomie tra "animale" e "umano".

La sua militanza ecologista, che lo ha visto sostenere movimenti come i "Soulevements de la terre" e l'esperienza della ZAD di Notre Dame des Landes, dimostra come la teoria possa tradursi in prassi rivoluzionaria. Questi movimenti cercano di restituire alla "Natura" una consistenza politica, sfidando l'idea che essa sia un mero materiale inerte a disposizione dell'uomo.

Immagine di una foresta pluviale amazzonica, simbolo della biodiversità e delle cosmologie animiste

La lezione fondamentale di Descola è che l'opposizione tra natura e cultura non è universale e che il nostro modo di percepire e organizzare la realtà è il prodotto di specifiche "scelte ontologiche". Riconoscere questa parzialità e particolarità della nostra tradizione, e aprirsi alle altre cosmovisioni, è un passo essenziale per affrontare le sfide del presente e immaginare futuri possibili, in cui la diversità dei modi di essere sia riconosciuta e valorizzata. L'antropologia, quindi, non si limita a descrivere il mondo, ma contribuisce attivamente a rimodellare la nostra comprensione di esso e le nostre relazioni con esso.

La ricerca etnografica di Stefano Allovio in Africa e nelle Alpi occidentali, focalizzata su storia precoloniale, sistemi di alleanze, riti di iniziazione e migrazioni, pur presentando contesti geografici e culturali differenti, si inserisce nel più ampio dibattito sull'importanza di comprendere le specificità locali e le "schemi della pratica" che guidano il comportamento umano, senza imporre categorie universali preconcette. Le indagini di Allovio, che spaziano dalla complessità culturale dei gruppi pigmei alle trasformazioni delle culture in transito nell'Africa sub-sahariana, evidenziano come ogni società sviluppi propri modi di organizzare la realtà e di interagire con essa, un aspetto centrale nell'analisi delle ontologie di Descola.

La "rivoluzione neolitica" del Vicino Oriente, ad esempio, non può essere considerata uno scenario universale trasferibile acriticamente ad altre regioni. Le condizioni e gli effetti di tali trasformazioni sono intrinsecamente legati ai contesti specifici, un principio che si allinea perfettamente con la proposta descoliana di pluralità delle ontologie e dei mondi.

La sfida per l'antropologia, come suggerisce Descola, è quella di avvicinarsi alle visioni del mondo di altri gruppi umani senza presumerne la loro incompletezza o arretratezza rispetto a una presunta oggettività universalizzata. Si tratta di un invito a un "decentramento prospettico" che va oltre l'etnocentrismo, riconoscendo l'autonomia e la coerenza interna di ogni sistema di pensiero e di pratica.

La critica alle visioni dualistiche, come quella tra materialismo ingenuo e spiritualismo idealistico, è cruciale. Entrambe le posizioni presuppongono un'unica "natura" oggettiva, ignorando la molteplicità delle nature e dei modi di essere che caratterizzano le diverse ontologie. L'obiettivo è uscire dalla logica binaria per abbracciare la ricchezza della molteplicità, una somma di frammenti vibranti senza una sintesi unificatrice.

La consapevolezza che la definizione stessa di "cultura" è frutto della nostra storia culturale, e che i confini tra le culture sono porosi e indefiniti, è un ulteriore passo verso una comprensione più sfumata e meno categorica della diversità umana. Il metodo genealogico, mutuato da Nietzsche, può aiutarci a indagare l'origine della nostra "volontà di verità e di oggettività", riconoscendola come una peculiarità della nostra storia culturale.

La distinzione tra "fisicalità" e "interiorità", pur essendo una dualità presente in molte culture, non deve essere confusa con la scissione tra natura e cultura, che è una specificità della storia culturale occidentale. Le fondamenta nascoste della nostra ontologia, anche dopo aver abbandonato visioni religiose o cartesiane, rimangono spesso statiche, portandoci a percepirci come ontologicamente diversi e superiori rispetto agli altri organismi.

L'interesse crescente per l'imaging cerebrale nelle neuroscienze e nella psicologia cognitiva, sebbene utile per mappare l'attività cerebrale, rischia di riproporre uno schematismo ontologico simile a quello che poneva lo "Spirito" al centro. È fondamentale ricordare che gli schemi con cui ci muoviamo nel mondo sono strutturalmente rinforzati dall'esperienza e non possono essere modificati con facilità.

Le configurazioni culturali, sebbene arbitrarie e plastiche, sono motori di cambiamento, sempre venate da una potenzialità plurima. Coppie contrapposte come "animato-inanimato" o "soggetto attivo-oggetto passivo" hanno senso solo all'interno della nostra specifica ontologia naturalista.

Gli esseri umani di altre culture, in particolare quelle amerindiane, propongono posture viventi alternative che, a causa del nostro modo di concettualizzarli attraverso la nostra ontologia, rischiano di rimanere incomprensibili. Gli strumenti che dovrebbero aiutarci a capire meglio diventano, paradossalmente, impedimenti alla visione e all'esperienza di quei mondi.

È essenziale specificare che "culture amerindiane" si riferisce a un arcipelago di culture differenziate, non a un'entità monolitica e fuori dal tempo, ma a fenomeni in continua trasformazione influenzati dalle circostanze storiche.

I musei di storia naturale, con la loro classificazione rigorosa delle specie, rappresentano una manifestazione plastica della nostra ontologia naturalista. Tuttavia, la separazione della zona umana dalle altre specie rimarca ulteriormente la divisione tra umani e non umani, una divisione che non è la norma universale tra i gruppi umani.

La nostra specifica configurazione ontologica, che assegna agli umani un posto privilegiato e onnipotente, è un'invenzione recente, come sottolinea Foucault. Confrontarsi con altre ontologie, come il totemismo australiano, apre la possibilità di rimodulare il nostro modo di identificazione ontologica, ma con la cautela di evitare nuove forme di dualismo antropocentrico.

L'esclusione dei processi ontogenetici e storici di socializzazione dalla biologia tradizionale relega a una dimensione marginale l'acquisizione di competenze necessarie alla vita integrata. Il concetto di "comunità ibrida" emerge come utile per arginare l'antropomorfismo e l'animalizzazione, riferendosi all'insieme di relazioni e flussi bioculturali che costituiscono l'ambiente in cui tutti i viventi si trasformano.

L'epistemologia animista degli Achuar, studiata da Descola, rappresenta un'alternativa radicale alla nostra visione moderna. In questa prospettiva, non vi è spazio per la contrapposizione tra un soggetto universale e una realtà inerte, ma piuttosto un continuo processo di interazione e trasformazione.

Philippe Descola, attraverso la sua opera, ci invita a un ripensamento profondo delle categorie fondamentali che strutturano la nostra comprensione del mondo. L'antropologia, superando i confini della dicotomia natura-cultura, può offrire nuove prospettive per affrontare le complesse sfide del nostro tempo, promuovendo un dialogo interculturale e una maggiore consapevolezza della nostra parzialità nel vasto e multiforme arazzo dell'esistenza.

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