Immanuel Kant, figura titanica del pensiero illuminista, dedicò una parte significativa della sua opera all'indagine della mente umana, delle sue facoltà e delle sue potenziali deviazioni. Nel suo "Saggio sulle malattie della mente" (Versuch über die Krankheiten des Kopfes), pubblicato originariamente nel 1764, Kant affronta il tema delle "malattie della testa" con un approccio che mescola acume filosofico, osservazione psicologica e una sottile critica sociale. L'opera, che si discosta dalle mere classificazioni mediche per addentrarsi nelle implicazioni morali e razionali, offre una prospettiva unica sull'ipocondria, la follia e le diverse forme di "stortura" mentale, inserendole in un più ampio discorso sulla natura della ragione e sul suo rapporto con la società e le istituzioni.
La Natura Umana tra Artificio e Semplicità
Kant inizia la sua disamina con una riflessione sulla dicotomia tra la natura e la società civile. Egli osserva che la natura, nella sua "semplice e frugale modestia", richiede dall'uomo solo concetti elementari e un'onestà grezza. Al contrario, la "artificiosa costrizione e la raffinatezza opulenta della società civile" producono figure ambivalenti: gli "spiritosi e i pedanti", ma anche "i pazzi [Narren] e i furfanti [Betrüger]". Questa società genera un'apparenza di saggezza e costumatezza che può sostituire sia l'intelligenza che l'onestà. La rispettabilità, come un "bel velo", nasconde i "segreti disturbi [Gebrechen] della mente o del cuore".
Con l'aumento dell'artificio sociale, la ragione e la virtù diventano parole d'ordine, ma spesso svuotate di significato reale. Lo zelo nel parlarne può esentare dall'effettivo possesso di tali qualità. Kant nota una differenza fondamentale nella stima generale: si è molto più gelosi delle "proprietà positive dell’intelletto" che delle "buone qualità del volere". Di fronte alla scelta tra "stupidità [Dummheit] e disonestà [Schelmerel]", nessuno esita a preferire la seconda, poiché "se tutto dipende in generale dall’artificio, non si potrà fare a meno della sua fine astuzia, sì invece dell’onestà che, in tali circostanze, è solo di ostacolo".

La Nomenclatura delle "Storture della Mente"
Di fronte a questa realtà sociale, Kant dichiara la sua esitazione nell'intervenire con "medicamenti" per sradicare le malattie della mente e del cuore, consapevole che la "cura di moda per la mente e per il cuore sia già nel voluto progresso". Egli ironizza sui "medici del primo [la mente]", i logici, che hanno scoperto che "la testa della gente è in realtà un tamburo, che risuona solo perché è vuoto".
Per questo motivo, Kant propone una "piccola nomenclatura delle storture della mente", partendo dalla "paralisi nell’imbecillità [Blödsinnigkeit]" fino agli "eccessi nella follia [Tollheit]". Per comprendere queste malattie, ritiene necessario analizzare i gradi più tenui della stupidità fino al limite della pazzia, poiché queste proprietà, più comuni nella vita sociale, conducono alle patologie più gravi.
Stupidità e Ottusità: Distinzioni Fondamentali
Kant distingue tra mente "ottusa" e mente "stupida". La mente ottusa manca di "spirito [Witz]", mentre quella stupida manca di "intelligenza [Verstand]". La versatilità nel comprendere, ricordare ed esprimere dipende dallo spirito. Una persona non stupida può essere ottusa se la comprensione è lenta, anche se poi il giudizio maturo arriva alla verità. La difficoltà nell'esprimersi non indica una mancanza di capacità intellettuale, ma piuttosto una carenza di spirito per "vestire i pensieri".
L'autore cita l'esempio del gesuita Clavius, cacciato dalle scuole per inettitudine basata su un esame di intelligenza che valutava solo la capacità poetica e retorica. Clavius, approdato alle matematiche, rivelò la sua genialità, mettendo in ridicolo i suoi precedenti maestri. Questo dimostra come le valutazioni sulla capacità intellettuale possano essere limitate da criteri inadeguati.

La Sottile Linea tra Semplicità e Babbeismo
Kant analizza anche il giudizio pratico, distinguendo quello usato dal contadino, dall'artigiano o dal marinaio da quello impiegato nelle interazioni sociali. Quest'ultimo, più che intelligente, è "scaltro [Verschmitztheit]". La "grata mancanza di questa capacità" è definita "semplicità [Einfalt]". Se questa semplicità deriva da una debole capacità di giudizio generale, l'individuo viene considerato un "babbeo [Tropf]" o un "sempliciotto [Einfaltspinsel]".
Nella società civile, gli intrighi e le arti ingannevoli diventano massime comuni. Un uomo intelligente e onesto, che considera tali furberie spregevoli o che non riesce a concepire un'idea così odiosa della natura umana, può cadere vittima degli ingannatori. L'espressione "buon uomo" finisce per significare un babbeo, poiché, nel linguaggio dei furfanti, solo chi considera gli altri come imbroglioni è ritenuto intelligente.
Passioni e Ragione Incatenata: la Stoltezza
Gli istinti naturali, quando molto graduati, diventano passioni e sono le forze motrici del volere. L'intelletto valuta l'importanza delle soddisfazioni e trova i mezzi per raggiungerle. Tuttavia, se una passione è particolarmente potente, la capacità intellettuale può fare poco. L'uomo, affascinato, vede le ragioni contrarie alla sua inclinazione con chiarezza, ma si sente impotente a seguirle.
Quando un'inclinazione è buona in sé, la persona è ragionevole, ma lo strapotere dell'inclinazione le preclude la visione delle cattive conseguenze. Questo stato della ragione incatenata è la "stoltezza [Thorheit]". Uno stolto può avere molta intelligenza nel giudicare le azioni in cui è stolto, anzi, deve possedere una certa intelligenza e un cuore buono per usare eufemismi riguardo alle proprie licenze. Lo stolto può essere un ottimo consigliere per altri, ma il suo consiglio rimane inefficace per sé stesso. Si corregge solo attraverso il danno e l'età, che però spesso sostituiscono una stoltezza con un'altra.
La passione dominante, l'ambizione, ha trasformato gente ragionevole in stolti. Kant cita la fanciulla che costringe Alcide alla conocchia e gli "sciocchi" cittadini di Atene che lodano Alessandro. Anche inclinazioni meno forti, come la passione per le costruzioni, il collezionismo di quadri o la bibliofilia, possono produrre stoltezza. L'uomo degenerato è distolto dalla sua posizione generale, attratto e occupato da ogni cosa.
Allo stolto si contrappone il "giudizioso". Chi è senza stoltezza è il "saggio", che Kant immagina sulla luna, "senza passione e infinitamente ragionevole". L'insensibile, protetto dalla stupidità della propria ottusità, appare agli occhi della gente comune come saggio. Kant riporta l'aneddoto di Pirro che, in una nave in tempesta, vedendo un porco mangiare tranquillo, lo indica come esempio della calma del saggio. L'insensibile è un saggio alla Pirro.
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La Pazzia: Distorsione della Ragione
Se la passione dominante diventa odiosa e si estenua al punto da scambiare per soddisfazione ciò che è l'opposto della sua finalità naturale, lo stato della ragione distorta è la "pazzia [Wahnsinn]". Lo stolto comprende la vera intenzione della sua passione e riconosce la sua forza incatenante sulla ragione. Il pazzo, invece, diventa così stupido da credere di possedere ciò che brama, pur essendone defraudato.
Kant usa gli esempi di Pirro e Nerone. Pirro, consapevole del valore e della potenza che ottengono ammirazione, segue l'istinto della sua ambizione, rivelandosi uno stolto. Nerone, invece, che si espone alla derisione leggendo versi miseri per vincere un premio di poesia, esclamando alla fine della sua vita "Quantus artifex morior!", è definito da Kant un "pazzo".
Le due passioni su cui si fonda la pazzia sono l'orgoglio e l'avarizia. Entrambe sono ingiuste e odiate, estenuate per natura, e il loro scopo si autodistrugge. L'orgoglioso ostenta superiorità disprezzando gli altri, ma stimola la loro vanità contro di sé. L'avaro, credendo di aver bisogno di molte cose, rinuncia a tutti i beni tenendoli sotto sequestro. L'orgoglio produce "sciocchi [Alberne]" o "pazzi pieni di sé [aufgeblasene Narren]", a seconda che prevalga la volubilità o la rigidità. L'avarizia genera storie ridicole.
Lo stolto non è saggio, il pazzo non è intelligente. La derisione verso lo stolto è allegra e indulgente; il pazzo merita satira tagliente, ma non la sente. Non si può disperare completamente di uno stolto che possa diventare prudente; tentare di rendere intelligente un pazzo è inutile. Nello stolto domina un'inclinazione naturale che coarta la ragione; nel pazzo, una "sciocca fantasia" che ne capovolge i principi.
Kant accenna alla profezia di Holberg sull'incremento dei pazzi e alla loro potenziale fondazione di una "quinta monarchia". Tuttavia, ironizza sul fatto che, se fossero troppi, non potrebbero nemmeno avere il pane, citando un buffone di corte che consiglia agli studenti di essere diligenti e imparare qualcosa.
Le Malattie della Mente e le Facoltà Superiori
Kant distingue poi le malattie mentali in due gruppi: "impotenza [Ohnmacht]" e "stortura [Verkehrtheit]". Le prime sono l'imbecillità, caratterizzata da impotenza di memoria, ragione e sensibilità, spesso insanabile. Le seconde sono lo "squilibrio psichico [gestörtes Gemüth]".
I disturbi dello squilibrio psichico si distribuiscono in tre gruppi principali:
Distorsione dei concetti dell'esperienza nell'allucinazione [Verrückung]: L'anima dipinge immagini di cose non presenti o perfeziona quelle presenti con tratti chimerici. Kant ritiene che lo spirito segua leggi simili nel sonno e nella veglia; le impressioni sensibili più vivaci oscurano le immagini più tenere, che hanno tutta la loro forza nel sonno quando l'accesso all'anima è chiuso.
Disordine nella capacità di giudizio nel vaneggiamento [Wahnsinn]: Prodotto dall'allucinazione stessa.
Stato distorto della ragione rispetto a giudizi generali nello spirito demente [Wahnwitz]: Altre manifestazioni sono gradi di questi mali, la loro coesistenza o il loro impianto su potenti passioni.

La Facoltà Filosofica e l'Uso Pubblico della Ragione
L'indagine sulle "malattie della testa" si collega alla riflessione kantiana sull'organizzazione universitaria e sul ruolo delle facoltà superiori. Kant critica la partizione delle tre facoltà (teologia, diritto, medicina) operata dal governo per motivazioni non scientifiche, ma per esercitare un influsso sul popolo attraverso tre moventi.
Le facoltà superiori usano il testo scritto per rendere stabili le norme dottrinali. Il testo scritto è il medium dell'"uso pubblico della ragione". Tuttavia, per gli studiosi incaricati di "guidare il popolo", esso rischia di diventare un "libro che ha intelletto per me", promotore di minorità.
Kant distingue gli statuti dai compendi e manuali esplicativi, che hanno solo un valore strumentale. I teologi biblici, i professori di diritto e i dottori in medicina, nel loro servizio al governo, sacrificano la ragione: il teologo non può confrontarsi con la ragione stessa, il giurista con il diritto naturale, il medico con la fisica del corpo umano.
Lo statuto della teologia è la Sacra Scrittura, che richiede una limitazione della ragione. Il giurista si basa sul diritto positivo (ius quia iussum) e non sul diritto naturale (ius quia iustum), dovendo obbedire al potere legislativo indipendentemente dal suo giudizio. La medicina, confrontandosi con la natura, si dedica alla ricerca nell'ambito della filosofia naturale.
La facoltà filosofica, in quanto incaricata di offrire un giudizio libero, è sottoposta esclusivamente alle leggi della ragione e non a quelle del governo. Essa ha il compito di esaminare la verità di tutte le dottrine, indipendentemente dalle partizioni disciplinari, anche quelle sanzionate dal governo. Questo esame avviene pubblicamente, in uno spazio accessibile a tutti. Se lo stato censurasse o indirizzasse la facoltà di filosofia, dimostrerebbe di perseguire uno scopo diverso dall'applicazione di dottrine vere, mirando piuttosto a dottrine utili per mantenere il potere o per somministrare "comode bugie" a sudditi trattati come minorenni.
La facoltà filosofica, pur non servendo direttamente il governo, è fondamentale per "rischiarare" i funzionari sul loro dovere e spingerli a mutare il loro modo di rivolgersi al popolo, promuovendo così l'uso pubblico della ragione e un progresso verso l'Illuminismo. L'indagine sulle "malattie della testa" diventa, in questo contesto, un monito sui pericoli di una ragione indebolita, sia a livello individuale che sociale, e sull'importanza di preservare l'autonomia del pensiero critico.
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