Il Destino Infranto: Tra Guerra, Trasformazione e Ricordi Sbiaditi

La vita, spesso percepita come un copione già scritto, un intreccio di eventi ineluttabili in cui ognuno è relegato a un ruolo prestabilito, si rivela un'illusione fragile di fronte alla cruda realtà. L'idea di un destino immutabile, di una strada tracciata da cui non si può deviare, di una netta divisione tra protagonisti e comparse, è un costrutto mentale che la sofferenza e la lotta possono sgretolare. L'esperienza di essere confinati ai margini, nell'ombra del "protagonista", può generare antagonisti, antieroi, rivali, nemici, figure che, inizialmente disprezzate, si rivelano portatrici di storie complesse e spesso tragiche.

persona che guarda un copione teatrale

Il percorso umano è costellato di momenti in cui la percezione di sé come protagonista assoluto viene scossa. Un tempo, tutto sembrava perfetto: una famiglia amorevole, amici fidati, successo accademico e una reputazione impeccabile. Ma soprattutto, c'era "lei", una presenza la cui importanza è stata compresa troppo tardi, un amore che la vita, con la sua imprevedibilità, ha messo a dura prova.

L'Orrore della Guerra Civile e la Perdita

La guerra civile, scoppiata con violenza inaudita, ha lacerato il tessuto sociale, mettendo la capitale in contrapposizione all'intero Stato. In questo clima di caos, le distinzioni di ceto sociale e ricchezza sono svanite di fronte alla brutalità del conflitto. L'appartenenza a un'istituzione militare o la residenza in determinate aree sono diventate le uniche metriche di valore. Questo scenario bellico non era un evento isolato; anni prima, un'invasione aveva gettato un'ombra sinistra. In quell'occasione, persone con un particolare tipo di sangue erano state prelevate con la forza, private del loro consenso, per diventare cavie e, infine, armi. Centinaia di vite strappate alle famiglie non fecero mai ritorno. Fu l'ultima volta che "lei" fu vista, portata via contro la sua volontà.

scena di battaglia con soldati e distruzione

Il soldato Braun, nel pieno del conflitto, riceve un ordine perentorio: "Il campo di rifornimento due è stato abbattuto! Vai subito a riconciliarti col tuo gruppo, soldato Braun!". Le esplosioni echeggiano, i gemiti di dolore si mescolano al fragore della battaglia, lasciando un'impronta indelebile nella mente del soldato. La corsa disperata, la gola che brucia, gli occhi che cercano invano di trattenere le lacrime, tutto si trasforma in un incubo. L'avvicinarsi al campo due è segnato da ulteriori esplosioni e spari. Senza il tempo di comprendere appieno la realtà circostante, Braun viene scaraventato contro il muro di un edificio distrutto. Il terrore lo pervade, spingendolo a cercare rifugio, consapevole della propria patetica condizione.

La Ferita e il Ricordo di un Fazzoletto

Nel tentativo di abbracciare le ginocchia, un dolore lancinante attraversa la sua gamba. Una scheggia, conficcata profondamente sotto il ginocchio, sanguina copiosamente. La consapevolezza che rimanere immobile significhi la morte, l'impossibilità di fuga o difesa, lo spinge a un'azione disperata. Con mani sporche di sangue, cerca di liberare la carne dal tessuto dei pantaloni, sopportando un supplizio immenso. Dalle tasche dei pantaloni estrae un fazzoletto, ancora pulito, con delicati ricami azzurri sui bordi.

primo piano di un fazzoletto ricamato

L'osservazione pigra del fazzoletto fa riaffiorare i ricordi, scatenando un torrente di lacrime che solcano le sue guance sporche. Il rumore della battaglia svanisce, lasciando spazio al silenzio interiore. Dolore, rabbia, tristezza, delusione si mescolano, facendolo sentire debole e insignificante. La strada percorsa, le persone amate, le speranze future sembrano dissolversi di fronte alla cruda realtà del suo destino. Cessa di urlare, abbandonato contro il muro, mentre le lacrime scivolano silenziose. Fascia la gamba con il morbido fazzoletto, ora tinto di rosso. Nonostante la ferita non sia grave, la certezza della morte lo pervade, unita a una stanchezza profonda. Chiude gli occhi, appoggia la gola e lascia cadere il fucile.

Il Ritorno di Violet: Tra Riconoscimento e Trasformazione

Nel silenzio, la visione dei suoi occhi grigi e il suono della sua voce, della sua dolce risata, gli infondono un senso di sollievo, l'anticipazione di un ricongiungimento. Ma il silenzio viene spezzato da un suono reale. Spalanca gli occhi, afferra il fucile, convinto di stare impazzendo per la perdita di sangue. Non può essere lei. La mente è assalita dai peggiori scenari, rivivendo il momento della sua cattura.

Il trauma, se liberi il corpo cancelli la memoria emotiva

Il sole primaverile illuminava il giardino mentre lei dipingeva, ignara. Lui la osservava, ammirandola, preparandole una sorpresa per il suo ventesimo compleanno. Nonostante la sua crescita, l'aveva sempre vista come una bambina, una sorellina da proteggere, ma ultimamente il suo cuore si scaldava alla sua vista.

L'allarme risuona in città: "Chiudersi in casa". Porte sbattute, famiglie in preda al panico. Arrivano veicoli rumorosi. Il cielo si oscura. A casa sua, vengono costretti a sedersi mentre militari puntano le armi, obbligandoli a dare il braccio per il prelievo del sangue. Appena il risultato appare sul monitor, lei viene ammanettata e trascinata via. Lui tenta di trattenerla, ma le armi puntate contro lo fermano. La famiglia viene condotta al piano superiore. Uno scienziato, con un gesto di comprensione, gli appoggia una mano sulla spalla, parlando di "nessuna altra scelta". Ricade a terra, vedendo lo scienziato osservarlo con una siringa in mano. La vista si annebbia, il mondo vortica. L'ultima cosa che sente è la sua voce che grida il suo nome tra le lacrime, mentre viene trascinata via. Da quel momento, decide di credere che sia morta, incapace di sopportare l'idea di lei nelle mani di quei "mostri".

L'Incontro nell'Apocalisse

Raccoglie il fucile, puntandolo con fatica. Un'altra esplosione. Solo terra e fuliggine. Davanti a lui, una figura si avvicina lentamente, tenendo una pistola in una mano e lanciando un coltello nell'aria con l'altra. È una ragazza. Più si avvicina, più il suo senso di impazzimento cresce. Si ferma a tre metri, osservandolo. Il fumo si dissolve, rivelando il suo volto. Capelli neri raccolti in una treccia alta, abiti scuri, una giacca militare legata in vita, tutto sporco. È diversa, cresciuta. Ha circa ventiquattro anni, è diventata una donna. Il corpo esile è ora tonico e slanciato. I suoi occhi, un tempo grigi come il ghiaccio, emanano una strana luce viola. Anche le vene sulle braccia nude brillano di un viola intenso.

donna con occhi viola e vene luminose

Si alza, avvicinandosi trascinando una gamba. "Viol…" Non riesce a finire la frase. Lei gli piomba addosso con una velocità fulminea, scaraventandolo di nuovo contro il muro. Con un braccio gli blocca le mani, mentre con l'altro gli punta la pistola sotto il mento. Analizza il suo volto, un sorriso strano le compare sulle labbra. Si morde il labbro, le dita si irrigidiscono sul grilletto. Avrebbe potuto sparargli, ma indugia, godendosi la sua pietosa scena. "Violet… sei tu?" prova a dire a bassa voce. I suoi occhi si spalancano, spaventati. Il divertimento svanisce, lasciando il posto al terrore. Si guarda intorno, ma quando lui apre bocca, lei gli chiude la bocca con la mano. "Violet… v-va tutto bene, sono io, Michael. Ti ricordi? Non sei più sola… ci sono io qua con te." Nessuna risposta. Si allontana leggermente, lasciando cadere la giacca. Lui fa lo stesso col fucile, ma il rumore la fa estrarre il coltello e tornare verso di lui. Sa che non gli farebbe mai del male, ma lui si avvicina, forse interpretato come una sfida. Il suo sguardo si fa serio. A un metro di distanza, gli dà una ginocchiata nello stomaco.

La Rivelazione e il Tradimento del Destino

Con il viso schiacciato a terra, tenta di divincolarsi, ma lei si posa su di lui, schiacciandogli il volto con una mano. "Michael… sì, mi ricordo. Mi ricordo tutto." La sua voce è cambiata, più profonda, più seria. Alzando lo sguardo, vede una donna estranea, fredda, che lo blocca a terra. "Violet… sono ferito, fammi alzare. Perché stai facendo tutto questo? Io ti credevo morta e-" Lei ride. Ride di gusto, osserva il suo ginocchio e si riprende. "Morta? Molto carino. Immagino tu abbia pure pianto… ma sai, forse hai ragione tu." Si alza, trascinandolo di nuovo contro il muro. Con il coltello puntato al petto, controlla il suo ginocchio. "Bello il fazzolettino, ma non penso che terrà più di tanto." La guarda allibito e sconsolato. Sta giocando con il nodo della fasciatura, ma quando lui prova a muoversi, la sua attenzione torna su di lui. "Te l'ho già detto! Violet è morta! Ora sono Vi," urla. Il suo sguardo è duro, ma sembra spaventata. "Come biasimarla. L'avevo abbandonata, non provai mai ad andare a salvarla."

due persone che si affrontano in un ambiente desolato

"Viol… Vi, per favore, guardami, sono io, non ti farò del male," prova a dire con quel poco di voce che gli rimane. La sua risposta è ironica, sull'orlo delle lacrime, ma ride di nuovo. Con il coltello traccia i lineamenti del suo mascella, soffermandosi sotto il mento. "Questo l'ho capito: è da quando sono arrivata che continui a dirmi chi sei," dice scocciata, tornando seria. "Non puoi farmi del male, perché lo hai già fatto tempo fa, non ti ricordi?" "Ma… io non… io non potevo fare nulla, e questo lo sai pure tu! Ho provato a fermarli, c'eri anche tu mentre tentavo… non sarei mai riuscito ad infiltrarmi nella capitale per riprenderti. Sono entrato nell'esercito per questo!" Codardo, pensa. La verità, tralasciando i ricordi che non vuole affrontare: dopo il suo "reclutamento", cadde in depressione, piangendo per giorni. Entrò nell'esercito con il desiderio di rivederla, sperando in un ruolo maggiore nella capitale. All'inizio si sentì un eroe, un cavaliere che salva la principessa. Poi gli anni passarono e la fiducia svanì.

"Poverino… sai, durante le torture, gli esperimenti, le analisi, i prelievi e molto altro, sentii degli scienziati parlare. Parlavano di una rivolta, e indovina dove? Nella nostra città! Non sai la speranza che provai. Già ti vedevo entrare nella prigione in cui ci tenevano per liberarmi… sono passati quattro anni da quel momento. Era vero: ci fu una rivolta. Un gruppo di uomini e donne si stavano organizzando per andare a liberare i loro cari. Io provai pena per loro, pensavo fosse tutto inutile." Mi guardò a lungo negli occhi e abbassò il coltello. "Mi amavi? Tu eri l'unica ragione per cui tiravo avanti in quel postaccio… ma sai, dopo l'ennesima tortura perdi la testa. Completamente," disse con amarezza. Si alzò, lasciandolo contro il muro. Fece qualche passo, poi, senza girarsi, disse: "Non sono più la persona che conoscevi, neanche lontanamente, e preferisco così. Ora sono una guerriera, sono forte. Puoi dire che sono la loro arma, ma se anche fosse? Cosa cambierebbe?" Rise di nuovo, malinconica, guardando a terra, poi sollevò di scatto la testa. Si sentivano dei passi. Arrivarono dei soldati. Vi puntò la pistola, poi la vide correre. Tentò di alzarsi e imbracciare il fucile, ma il ginocchio lo fece crollare di nuovo. Poteva solo osservare. Vi uccise i soldati della sua squadra, venuti a cercarlo. Fu rapido, letale. Sembrava un mostro. I suoi compagni erano morti davanti a lui e lui non aveva fatto nulla per salvarli. Di nuovo.

La Fine di un Sogno e la Crisi Esistenziale

Puntò il fucile a terra, usandolo per alzarsi. Sopportando il dolore alla gamba, camminò spedito verso Vi. Lei se ne accorse e, questa volta, puntò la pistola contro di lui. Si bloccò, impaurito. "Pensi che non sparerò? Poverino, cosa pensi possa impedirmelo?" Guardò i corpi dei soldati, poi, ridendo, disse: "Sei stato immobile davanti alla scena. Io conoscevo un'altra persona, chi ho davanti è un estraneo." Poi tutto andò a rallentatore. Vi premette il grilletto, il proiettile penetrò nel suo fianco. Un altro sparo, non diretto a lui. Lo sguardo vuoto, la risata sparita. Sembrava tornata una bambina, innocente e pura. Un soldato, gravemente ferito ma vivo, le aveva sparato. Aveva provato a salvarlo. Il proiettile finì leggermente sotto il cuore. Lei lo guardò, spaventata, poi cadde a terra.

Il trauma, se liberi il corpo cancelli la memoria emotiva

Ignorando il dolore che lo pervadeva, iniziò a urlare il suo nome, grida strazianti. Corse, si gettò al suo fianco, prendendola tra le braccia. "No, no, no, no… Ti prego, ti supplico non abbandonarmi un'altra volta. Ti prego," singhiozzò. Il destino aveva scelto la fine del loro rapporto, aveva scelto cosa sarebbero diventati e come sarebbero finiti. Perché lei e non lui? Vi non si meritava nulla di tutto ciò. Lei era il mostro che lui aveva creato abbandonandola. Non meritava di morire. Una lacrima le cadde silenziosa sulla guancia, il suo respiro, ormai debole, cessò del tutto.

Il destino si sbagliava. Certamente, tutti sbagliano. Si sente un po' argentino, un po' italiano, in questo mondo? Alla fine è sempre così, almeno per lui.

Freud e lo Sconosciuto: Un Dialogo sull'Esistenza

In un contesto completamente diverso, lontano dagli orrori della guerra, si apre uno squarcio su un dialogo intellettuale e filosofico. Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, si trova nel suo studio viennese, Berggasse 19. La sua quiete viene interrotta dall'apparizione improvvisa di uno sconosciuto. Elegante, vestito di frac, guanti, mantello e bastone con pomolo, l'uomo si presenta con naturalezza: "Buonasera." Freud, sorpreso, chiede chi sia, cosa voglia, da dove sia entrato. Lo sconosciuto risponde con un sorriso enigmatico, senza proferire parola. La pazienza di Freud si esaurisce, estrae una pistola dal cassetto.

studio di Sigmund Freud

"Tanto non mi crederebbe. E quel gingillo non l'aiuterà di certo," replica lo sconosciuto con leggerezza. Di fronte all'insistenza di Freud, lo sconosciuto si ritira dietro una tenda, riappare ansimante, con i vestiti in disordine, supplicando aiuto: "Mi aiuti, la supplico, mi faccia nascondere! Sono inseguito, mi aiuti! Ho la Gestapo alle costole…" Si finge un perseguitato, ma Freud, riprendendo il controllo, ipotizza due ragioni per la sua intrusione: furto o ricerca di cure. Lo sconosciuto, infastidito dal termine "malattia", propone una terza ipotesi: quella di un paziente. Freud, perentorio, gli intima di prendere un appuntamento, spingendolo verso la porta.

"Impossibile, domani non sarò più qui," afferma lo sconosciuto, preannunciando un viaggio a Parigi e poi a Londra. Menziona un'opera futura di Freud: "Mosè e il monoteismo," un titolo che Freud non aveva ancora deciso. Lo sconosciuto evoca la nostalgia di Vienna, la giovinezza perduta, il rimpianto per un paradiso perduto. Freud, incuriosito e turbato, chiede chi sia veramente. Lo sconosciuto accusa Freud di essere stanco del mondo, di trattare male i malati, di metterlo alla porta.

L'Inconscio e il Sogno come Chiave della Verità

Freud, confessando la propria solitudine e il proprio dolore, ammette di essersi a volte pentito di aver salvato gli altri. Lo sconosciuto gli parla di sua figlia Anna, promettendo il suo ritorno. Freud, colto di sorpresa, prende una decisione: si alza con foga, invitando lo sconosciuto a sdraiarsi sul divano per iniziare una seduta. L'ipnosi, con il pendolino, diventa lo strumento per accedere all'inconscio.

Il trauma, se liberi il corpo cancelli la memoria emotiva

Sotto ipnosi, lo sconosciuto rivela di essere orfano dalla nascita e di non avere ricordi dei suoi genitori. La sua prima apparizione, dice, è stata quando Freud, a cinque anni, si è sentito esistere. Ma lo sconosciuto è più giovane di Freud, non è nato, esiste "in nessun luogo". Descrive la sua prima memoria: da bambino, solo in cucina, le piastrelle del pavimento diventano mondi, storie. Grida, piange, ma nessuno risponde. La casa è vuota, il mondo è una casa vuota. "E il mondo è questa grande casa vuota dove uno chiama e nessuno risponde," dice Freud, quasi a confermare il suo racconto. Lo sconosciuto replica: "Sono venuto a dirti che non è vero. C'è sempre qualcuno che ti sente. E che viene."

Sbigottito, Freud lo tocca, chiedendo se qualcuno lo abbia informato. Lo sconosciuto nega, affermando di essersi appena inventato tutto. Freud insiste affinché si sdrai, utilizzando il pendolino per indurre il sonno ipnotico. Durante l'ipnosi, una musica dolce pervade la scena. Lo sconosciuto afferma: "È per i propri simili che si possiede un nome." Quando Freud gli chiede se abbia dei ricordi, lui risponde: "Vorrei averli." La sua esistenza è indefinibile, né qui né altrove. Si trova nello studio di Freud, a Vienna. Freud è definito un "genio", un "umano che ha tirato fuori una quantità di ipotesi, sia giuste che sbagliate." Lo sconosciuto menziona i profeti e i loro mali, e quando Freud gli chiede la data della sua nascita, risponde: "Mi dispiace, dottore, non rispondo a questo genere di domande." Il dialogo si conclude lasciando aperte infinite domande sull'identità, la memoria, il destino e la natura stessa della realtà.

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