La psicopatologia, campo di studio affascinante e complesso, trova nella terza edizione dell'opera di Frank Fish un punto di riferimento imprescindibile. Pubblicato in lingua italiana dal Centro Scientifico Editore nel 2009, questo volume di 168 pagine rappresenta un pilastro per la formazione clinica e la pratica di innumerevoli psichiatri e psicologi clinici. L'opera, giunta alla sua terza edizione, è stata completamente rivisitata per offrire un quadro aggiornato e approfondito dei disturbi mentali, integrando nuove sezioni e materiale di studio essenziale per la comprensione della mente umana.

Un Testo Essenziale per lo Studio e la Comprensione della Psichiatria
Il volume si propone come un ausilio fondamentale per l'attività clinica, integrando i testi tradizionali e i sistemi di classificazione diagnostica come il DSM-IV e l'ICD-10. È uno strumento indispensabile per studenti, specialisti e specializzandi in Psichiatria e Psicologia clinica che desiderano approfondire lo studio della psicopatologia. La sua struttura chiara e articolata, suddivisa in nove capitoli e due appendici, facilita la comprensione delle differenti tematiche affrontate.
Il primo capitolo è dedicato ai criteri di classificazione dei disturbi psichiatrici, fornendo le basi concettuali per la comprensione delle categorie diagnostiche. I capitoli successivi esplorano in dettaglio specifici disturbi, analizzando i disturbi della percezione, del pensiero e della parola, della memoria, delle emozioni, dell'esperienza del Sé, della consapevolezza, i disturbi motori e i disturbi di personalità. Per ciascun disturbo, vengono suggeriti i relativi quadri psichiatrici associati, offrendo una visione completa e integrata della fenomenologia clinica.
L'opera si distingue per l'inclusione di nuove sezioni dedicate ai disturbi di personalità, ai meccanismi di difesa, ai disturbi di memoria e alle sindromi psichiatriche meno comuni, arricchendo ulteriormente il panorama della psicopatologia.
L'Evoluzione del Concetto di "Schizoaffettività": Un Percorso Storico-Nosografico
Un aspetto particolarmente approfondito nell'opera riguarda l'evoluzione del concetto di "schizoaffettività", un'entità nosografica che ha suscitato e continua a suscitare dibattiti accesi nella comunità psichiatrica. Il concetto risale alle prime osservazioni di Kasanin nel 1933, che descrisse un quadro psichiatrico caratterizzato da insorgenza acuta, una commistione di sintomi affettivi e schizofrenici, un andamento ciclico e la quasi assenza di sintomi residui.

Le scuole psichiatriche europee hanno sviluppato diverse tendenze nel collocare le psicosi "miste", tra cui quelle schizoaffettive, all'interno di classi nosografiche autonome o all'interno delle psicosi maggiori. Langfeldt (1939) tendeva a inserire le psicosi schizoaffettive e le psicosi miste schizofreniformi nel circuito della schizofrenia, mentre Leonhard le considerava un gruppo del tutto autonomo. Questa dialettica riflette le diverse correnti psichiatriche americane ed europee e l'influenza del modello dicotomico kraepeliano tra "demenza precoce" e "psicosi maniaco-depressiva".
Nel 1911, Bleuler introdusse il termine "schizofrenia" per superare l'inadeguatezza del concetto di "demenza precoce", riconoscendo la possibilità di un decorso benigno della malattia. Negli ultimi decenni, la psichiatria americana ha mostrato una tendenza ad ampliare il concetto di disturbo affettivo e a restringere quello di disturbo schizofrenico.
Dalle Prime Osservazioni alle Criteri Diagnostici Moderni
Le prime descrizioni di sindromi che anticipavano il concetto di schizoaffettività risalgono al 1913 con Kirby e la sua "remitting catatonic syndrome", e al 1921 con Hoch e il suo "stupore benigno". Bleuler, pur riconoscendo la sovrapposizione sintomatologica con la "demenza precoce", sottolineava l'importanza della prognosi per la diagnosi differenziale, introducendo il concetto che "anche una traccia di schizofrenia è schizofrenia".
Il lavoro di Kasanin nel 1933 è considerato un "nodo" centrale. Egli analizzò nove soggetti con personalità premorbosa integra, intelligenza normale o superiore, e ben inseriti nel lavoro, che presentavano episodi critici acuti con agitazione emotiva, distorsione del mondo esterno e talora fenomeni dispercettivi, spesso scatenati da situazioni ambientali difficili. Von Domarus fu il primo a dare una connotazione nosografica a questa sindrome, collocandola all'interno del circuito schizofrenico.
Successivamente, Vaillant (1960-1964) analizzò sistematicamente le schizofrenie "che guarivano", suggerendo che la forma "remittente" non avesse una completa autonomia sindromica. La ricerca si è quindi orientata verso la definizione di criteri diagnostici univoci per le sindromi schizoaffettive e verso studi genetici e di decorso.
Il Disturbo SCHIZOAFFETTIVO: sintomi, trattamento e consigli per conviverci meglio.
Nel 1968, Clayton e coll. osservarono che l'85% di 39 soggetti con diagnosi di psicosi schizoaffettiva aveva un decorso remittente, e che una storia familiare positiva per disturbi affettivi era più frequente rispetto ai soggetti con schizofrenia. Questo portò alla conclusione che gli stati schizoaffettivi potessero essere considerati una variante dei disturbi affettivi primari, tesi supportata anche da Fowler e coll. (1972).
Nel 1975, Spitzer e coll. proposero i "Research Diagnostic Criteria" (RDC), individuando due forme di psicosi schizoaffettiva: maniacale e depressiva. Tuttavia, la differenziazione tra disturbo schizoaffettivo maniacale e disturbo affettivo maniacale si rivelò estremamente difficile. Studi successivi di Abrams e Taylor (1976) e Pope e coll. (1980) confermarono questa difficoltà, suggerendo che i soggetti schizoaffettivi maniacali non fossero distinguibili dai soggetti maniacali, mentre la distinzione fosse più netta rispetto ai soggetti con schizofrenia.
La Posizione Intermedia della Schizoaffettività
Una revisione della letteratura condotta da Pope e Lipinski nel 1978 concluse che non esistono sintomi patognomonici per la schizofrenia e che i sintomi classici della schizofrenia si ritrovano nella malattia maniaco-depressiva, rendendo i sintomi schizofrenici aspecifici e privi di valore prognostico, a differenza dei sintomi affettivi. Sulla base di queste premesse, si ipotizzò che sia la schizofrenia a buona prognosi sia le psicosi schizoaffettive potessero essere considerate varianti dei disturbi dell'affettività, con una possibile sovrapposizione dei due concetti. Il termine "schizoaffettività" sembrava contenere implicitamente la speranza di una "buona prognosi".
Posizioni analoghe furono sostenute da Hawk e coll. (1975) e Gift e coll. (1980), i quali affermarono che la coesistenza di sintomi affettivi in soggetti con marcata sintomatologia schizofrenica non avesse un rilevante significato prognostico. Tutto ciò si inserisce nel tentativo di individuare criteri prognostici per la schizofrenia, a seguito dell'osservazione di una forma a buona prognosi.

La letteratura anglosassone dagli anni '60 in poi ha mostrato una tendenza a restringere il concetto di schizofrenia e ad allargare quello di psicosi maniaco-depressiva. May (1984) attribuì questa inversione di tendenza al bisogno di opporsi a un uso eccessivamente estensivo del concetto di schizofrenia, che portava a una "overdiagnosis" (Pope e Lipinski, 1978), e alle osservazioni che la "mania" può coesistere con sintomi schizofrenici, e che allucinazioni uditive e deliri persecutori sono presenti nel 20-50% dei casi di "mania-depressione".
Perris (1982) ha sottolineato come il ciclo di vita americano delle psicosi miste, maniaco-depressive e schizofreniche sia giunto a completamento, ritornando alle origini. Il concetto di "schizoaffettività" potrebbe rappresentare non tanto un'entità clinico-psicopatologica, quanto un costrutto culturale, nato dalla necessità di definire confini nosografici più chiari, proporre soluzioni terapeutiche e rispondere al bisogno contemporaneo di "agire" e "intervenire".
Di conseguenza, nella stesura finale del DSM III (1980), la categoria diagnostica dei "Disturbi Schizoaffettivi" compare priva di criteri diagnostici specifici e viene inclusa nei "Disturbi Psicotici Non Classificati Altrove", assieme al Disturbo Schizofreniforme.
Psichiatria Europea e "Psicosi Miste"
In Europa, l'evoluzione delle "psicosi miste" ha seguito percorsi differenti. Nel 1909, Urstein descrisse un tipo di psicosi tuttora definita "psicosi di Urstein". Kleist, nel 1928, delimitò il gruppo delle "psicosi marginali", includendo sindromi atipiche. Wyrsch, nel 1937, divise le psicosi miste in due categorie: una con evoluzione schizofrenica a poussées e fasi catatoniche periodiche, e un'altra con caratteristiche affettive predominanti.
Langfeldt, nel 1937, pubblicò una monografia sulla prognosi della schizofrenia e sui fattori che ne influenzano il decorso. Il concetto di Psicosi Cicloide, sviluppato da Perris nel 1974, è caratterizzato da sintomatologia polimorfa con alterazione dello stato di coscienza e disturbi affettivi, ideativi e dispercettivi variamente associati. Studi successivi di Cutting e coll. (1978) e Brockington e coll. (1982a) hanno confermato la prevalenza nel sesso femminile e la peculiarità del quadro clinico e del decorso.
La psichiatria francese, in modo autonomo, ha esplorato queste aree. Ey e coll. (1954) rilevarono una costante alterazione dell'umore, e successive indagini hanno ulteriormente approfondito questi aspetti.
Un altro approccio si basa sul criterio psicopatologico-descrittivo, ma i risultati appaiono eterogenei a causa della diversità dei criteri diagnostici utilizzati. Arieti (1969) considera la psicosi schizoaffettiva una forma atipica della schizofrenia.

La ricerca più recente, come quella di Ambruster e coll., riesaminando casistiche basate sui criteri di Kasanin, Retterstol, Angst e Leonhard, ha selezionato pazienti affetti da psicosi schizoaffettive, schizofreniformi e cicloidi, osservando una prognosi migliore rispetto all'intero campione. Tuttavia, nonostante la prognosi migliore e l'ereditarietà positiva per disturbi affettivi, la definizione di queste sindromi rimane complessa.
Convergenza e Divergenza nella Ricerca Psichiatrica
Diversi filoni di ricerca convergono nella convinzione che la schizoaffettività si collochi in una posizione intermedia tra la schizofrenia e i disturbi affettivi. Questa visione è supportata da studi genetici, studi sul decorso e sulla risposta al trattamento, in particolare con l'introduzione dei sali di litio. Autori come Abrams e Taylor (1976), Tsuang e coll. (1976; 1977), e Rosenthal e coll. sono favorevoli a questo orientamento.
Il presupposto teorico di questo inquadramento diagnostico può essere identificato nel rovesciamento del principio gerarchico jaspersiano condotto da alcuni autori. Secondo Brockington e coll., Ziskind e coll., e altri, la schizoaffettività rappresenta un'area di confine, un "pomo della discordia" in psichiatria, come definito da Weitbrecht nel 1963, a causa delle posizioni estremamente differenziate degli psichiatri.
L'opera di Frank Fish, con la sua rigorosa analisi storica e clinica, offre uno strumento prezioso per navigare la complessità della psicopatologia, fornendo una base solida per la comprensione e il trattamento dei disturbi mentali. La sua costante revisione e integrazione riflettono la dinamicità del campo e l'impegno continuo nella ricerca di risposte sempre più precise ai misteri della mente umana.
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