Il Potere della Narrazione: Autorelazione delle Esperienze Professionali di uno Psicologo

La narrazione di storie è un elemento centrale nella vita di ogni individuo. Il racconto della realtà, infatti, genera la scrittura di una biografia personale che, intrecciandosi con le storie di altre vite, conferisce un senso alle esperienze umane. Questo processo quotidiano di scrittura nasce da una peculiare modalità di pensiero che contraddistingue tutti gli esseri umani: il pensiero narrativo, che guida il ragionamento quotidiano affiancando il tradizionale e più noto pensiero logico-paradigmatico.

Il Metodo Narrativo-Biografico come Strumento di Benessere

Il metodo biografico, meglio definibile come metodo narrativo-biografico, spesso conosciuto in ambiti più ristretti di applicazione come terapia della ri-scrittura o terapia narrativa, rappresenta uno strumento per la relazione d’aiuto e per il benessere psicologico; esso considera centrale nella vita mentale l’interpretazione della realtà, descritta attraverso le narrazioni intrapersonali e intersoggettive delle esperienze vissute. L’approfondimento e lo studio di tale strumento consente di conoscere, in modo più profondo, il naturale bisogno di raccontarsi e di raccontare ciò che accade, aiutando a comprendere meglio quella modalità di pensiero che, pur non giungendo alla ricostruzione causale degli eventi, assume un ruolo fondamentale nel determinare i vissuti prodotti dalle esperienze.

Illustrazione del pensiero narrativo contrapposto al pensiero logico

La descrizione del metodo narrativo consente inoltre di chiarire la differente qualità dei processi attivati in una conversazione tra amici, rispetto a quelli implicati e gestiti, grazie alle competenze professionali, in un colloquio psicologico o psicoterapeutico. Il racconto di uno stesso episodio può infatti ripetersi di fronte anche a decine di amici e ottimi ascoltatori, ripercorrendo tuttavia le stesse modalità narrative patologiche che rappresentano una versione plausibile della realtà, ma che tuttavia possono essere la radice delle sofferenze e del malessere psicologico. La ri-scrittura della propria biografia, o più semplicemente di parti significative di essa, può cambiare vissuti e atteggiamenti nei confronti della realtà che possono essersi radicati nella ripetizione di narrazioni mentali e sociali negative che rappresentano le fondamenta del disagio psichico.

Spesso riesce difficile credere che la conversazione possa aprire la porta ad una nuova realtà, permettendo di superare problemi che ci si porta dietro da anni. E’ ancora più difficile ritenere più importanti le parole piuttosto che i fatti che, essendo tangibili e concreti, sembrano offrire maggiore sicurezza e stabilità nel tempo; tuttavia il ponte che collega la realtà alla mente è fatto di parole che mediano l’attribuzione di significati. Per comprendere meglio come la narrazione abbia maggior peso nella vita psichica rispetto alla realtà oggettiva, occorre approfondire la concezione fondamentale secondo cui non è possibile una descrizione oggettiva del mondo. Questo è stato spiegato da J. Bruner (1987, 1991), che ha approfondito il rapporto tra esperienza ed espressione della stessa; secondo l’autore narrando si impone arbitrariamente un significato sul flusso della memoria, evidenziando alcune cause e trascurandone altre. Di conseguenza, nessuno ha un accesso privilegiato alla definizione della realtà e la stessa esperienza può essere interpretata e descritta diversamente, con conseguenti atteggiamenti psicologici interni o esterni differenti. Se così non fosse le nostre vite sarebbero copie parziali l’una dell’altra e reagiremmo ugualmente agli stessi eventi. Infine, la storia di un fatto accaduto a più persone contemporaneamente, può risentire delle narrazioni altrui. In questo ambito agiscono numerosi fenomeni legati al confronto collettivo quali l’adeguamento e gli stereotipi, nonché fenomeni di trasformazione legati alla caratteristica della memoria di essere essenzialmente un processo ricostruttivo (Baddeley A ., 1992).

Le narrazioni rappresentano cornici delle esperienze vissute che privilegiano alcuni aspetti e ne tralasciano altri. Le storie individuali risentono dei racconti precedenti e dei temi predominati nella vita di ogni individuo in quanto tendono ad inserirsi coerentemente all’interno di una biografia. Le storie personali possono essere influenzate dalle storie collettive e dalle narrazioni che un gruppo, a cui si appartiene, fa dello stesso evento. Il risultato della continua descrizione degli eventi della vita è una biografia caratterizzata da una storia dominante, ossia da un tema centrale che è il fulcro della propria vita mentale e che può rappresentare la chiave della sofferenza di un individuo. In quest’ultimo caso, il tema dominante diviene un nodo che limita il proseguimento della storia (la propria vita) e la progettazione del futuro. Talvolta il riproporsi di una storia tossica nella biografia viene attribuito al caso o alla sfortuna, ma ciò spesso è frutto dei limiti imposti a se stessi e agli altri dalla narrazione statica di cui ci si fa portatori. Infatti, la narrazione, influenzando la percezione di sé, modifica atteggiamenti e comportamenti e può influenzare negativamente il futuro. Si tratta di un processo secondo il quale la teoria guida la pratica attraverso uno stretto rapporto che le narrazioni intrecciano con l’identità delle persone. Quest’ultima rappresenta un’immagine di se stessi prodotta interiormente, ma che si consolida e viene riconosciuta nell’interazione con altri, durante la quale avviene una continua produzione di narrazioni cooperative che è alla base della cosiddetta costruzione narrativa dell’identità. La rilettura della storia dominante può confermare il blocco o lasciare spazio a nuove possibilità narrative e alla prosecuzione della storia che si snoda intorno a nuovi temi centrali. Tale sblocco è possibile con le applicazioni del metodo narrativo e grazie alla natura intrinsecamente ambigua e indefinita di tutte le storie, nonché in relazione alle possibilità di organizzare gli stessi elementi reali secondo modalità diverse avvalendosi del pensiero narrativo.

Il Metodo Biografico e la Trasformazione delle Trame Narrative per il Benessere Psicologico

Il metodo biografico rappresenta uno strumento molto utile per il benessere psicologico sia in sede di consulenza psicologica che in ambito psicoterapeutico. Varianti di tale metodo possono essere utilizzate nel corso di particolari esperienze di confronto e di creatività, condotte da guide competenti, che possono rappresentare dei momenti di approfondimento nella conoscenza di se stessi. Gli incontri di questo tipo si tengono generalmente in contesti di gruppo in cui, attraverso la narrazione autobiografica e la successiva condivisione dei testi, si possono scoprire risorse o bisogni sconosciuti o, più semplicemente, condividere e confrontare le emozioni. Nel corso del sostegno psicologico, la descrizione di un problema, cambiando più o meno radicalmente, può generare nuove soluzioni che possono risultare fondamentali per la salute psichica. In questo modo un problema centrale può trasformarsi in un problema secondario o in un non-problema; altre volte può rivelarsi una risorsa inaspettata.

Tradizionalmente il metodo narrativo parte dal racconto della persona su uno o più temi centrali della propria autobiografia (storia o tema dominante). La co-costruzione di una nuova versione della stessa storia (storia alternativa), operata dal paziente e dallo psicologo o psicoterapeuta, si pone come un momento centrale per acquisire una nuova prospettiva nei confronti di un problema o per attivare un cambiamento terapeutico. Tale nuova versione della realtà viene riscritta dal professionista attraverso una o più lettere, destinate all’utente, che hanno l’obiettivo di sintetizzare e rafforzare le nuove conoscenze acquisite su di se da quest’ultimo. Questo tipo di approccio può essere utilizzato anche nel contesto di un gruppo di condivisione di problematiche psicologiche. In questo caso, la riscrittura della storia dei partecipanti è sintetizzata attraverso una lettera indirizzata ad ogni componente del gruppo. Una nuova narrazione che sia troppo diversa dalla precedente non verrà riconosciuta come propria e verrà rifiutata dal protagonista. Le eccessive somiglianze potrebbero, viceversa, riprodurre vecchie convinzioni. Conseguentemente una ricostruzione narrativa benefica deve tendere ad equilibrare il vecchio ed il nuovo, trasformando positivamente il testo condiviso. L’ultimo passo è la sperimentazione della nuova narrazione che deve trovare conferma e credibilità negli altri per essere definitivamente accettata dal protagonista della biografia riscritta. In questa fase occorre considerare la difficoltà che si incontra nella naturale resistenza delle persone ad accettare i cambiamenti altrui; si tratta di un atteggiamento di ricerca di coerenza che può essere affrontato solo dopo un profondo confronto con se stessi.

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Le Trasformazioni Narrative

Rifacendosi alle caratteristiche del pensiero narrativo descritte, sono state distinte diverse micro-pratiche trasformative con cui possono essere operati cambiamenti sia nel contenuto che nel processo narrativo delle biografie. Esse costituiscono delle tecniche di cui ci si avvale nel metodo biografico e la loro comprensione è importante per farsi un’idea più concreta del processo di trasformazione delle trame narrative, tanto da arrivare a comprendere che la trasformazione della biografia di una persona può riguardare la natura della sua storia dominante o la narrazione stessa.

Trasformazioni nella Natura delle Storie

Riguardano aspetti della narrazione molto importanti psicologicamente quali il tempo, lo spazio, la causalità, le interazioni e i valori.

  • Trasformazioni nel tempo: Possono aiutare a passare dalla percezione di situazioni statiche, immutabili e croniche a quella di comportamenti che possono trasformarsi nel tempo e nei confronti dei quali è possibile attivarsi alla ricerca di una soluzione. Questo tipo di cambiamenti nella narrazione si ottiene tutte le volte che si riesce a passare da un’etichetta o categoria diagnostica ad un atteggiamento o comportamento, come nel caso del passaggio dall’idea di essere depressi a quella secondo la quale ci si comporta come una persona depressa. Da un punto di vista sintattico il passaggio avviene con la sostituzione di verbi ai sostantivi e quindi con il passaggio dalla condizione statica a quella dinamica. Un’altra trasformazione nel tempo può riguardare il passaggio da una dimensione astorica ad una in cui la narrazione ritrova un suo inizio, uno scenario ed una evoluzione che può essere fondamentale per programmare il futuro.

  • Trasformazioni nello spazio: Sono principalmente relative al passaggio da una dimensione non contestuale ad una in cui si sottolinea il ruolo dell’ambiente come cornice di un accadimento. Esse sono particolarmente utili per spostare l’attenzione dall’avvenimento sottolineando sia le condizioni in cui il problema diventa maggiormente gestibile che le situazioni più critiche.

  • Trasformazioni nella causalità: Riguardano la possibilità di ricondurre gli effetti e i problemi attuali alle origini per poter lavorare sulle cause alla ricerca della soluzione.

  • Trasformazioni nell’interazione: Consentono di modificare la posizione di un protagonista della storia attraverso il passaggio da una descrizione di attributi ad una di modelli di interazione. Così una persona che definisce il coniuge testardo potrebbe riportare nel contesto della relazione le espressioni di testardaggine, trasformandole in qualcosa che è possibile affrontare nelle diverse situazioni, piuttosto che considerarle delle caratteristiche stabili della personalità, difficili da modificare o gestire.

  • Trasformazione nei valori della storia: Riguarda il cambiamento di attributi e di intenzioni. Ne sono esempi i cambiamenti nella prospettiva rispetto alle proprie intenzioni buone o cattive o rispetto alla valutazione di un comportamento come sano o deviante. Esse possono mettere in nuova luce un personaggio coinvolto.

Trasformazioni nella Narrazione della Storia

Comprendono tutti quei processi di passaggio dal racconto di una narrazione in cui il protagonista è passivo e vittima, ad uno in cui emerge come attore e si assume delle responsabilità. In questo tipo di cambiamenti è fondamentale l’incrocio che si instaura tra la definizione del luogo del problema (esterno o interno) e del luogo dell’agente (esterno o interno). La condizione di narrazione migliore sembra essere quella in cui il problema viene definito esterno e non produce colpa o attesa di salvezza; in questo caso il protagonista viene visto come agente interno e di cambiamento che si muoverà verso la ricerca della soluzione. Una strategia fondamentale in questo tipo di trasformazioni è rappresentata dall’esternalizzazione. Essa, proposta da White (1988/89), consiste nella trasformazione del sintomo in caratteristiche esterne, in un personaggio autonomo contro cui deve essere ingaggiata la battaglia. Separando la persona dal problema si ottiene velocemente grande sollievo in quanto un problema, concepito come una colpa o qualcosa che suscita vergogna, può essere riportato fuori dal soggetto in modo da ridurre la tensione e da allargare le possibilità di soluzione che spesso, per mancanza di un’adeguata distanza emotiva, non possono essere viste. I movimenti trasformativi delle narrazioni analizzati spesso si intrecciano e si coinvolgono reciprocamente.

Diagramma che illustra le diverse trasformazioni narrative

Le Nove Proprietà della Narrazione

L’approfondimento delle caratteristiche del pensiero narrativo consente di capire meglio gli elementi che compongono le biografie e che possono essere trasformati con il metodo biografico, rimettendo in discussione le proprie chiavi di lettura degli eventi e riscrivendo le proprie storie di vita in modo da restituire un senso di agency e possibilità.

  1. Sequenzialità: Gli eventi narrati sono organizzati secondo una sequenza di tipo spazio-temporale.
  2. Particolarità: Il contenuto delle storie è un episodio specifico.
  3. Intenzionalità: Coincide con l’interesse per le intenzioni umane che, sorrette da scopi, da opinioni e credenze, guidano le azioni.
  4. Opacità Referenziale: Consiste nella tendenza a descrivere rappresentazioni di eventi (del narrante) piuttosto che fatti obiettivi. Ad una narrazione, infatti, non si richiede di essere vera, ma verosimile, cioè possibile.
  5. Componibilità Ermeneutica: È rappresentata dal legame tra le varie parti della narrazione ed il tutto, dal quale dipende l’interpretazione fornita.
  6. Violazione della Canonicità: Coincide con la presenza di eventi inattesi che rompono la routine.
  7. Composizione Pentadica: In ogni storia esistono almeno cinque elementi: un attore che compie un’azione con un certo strumento, per raggiungere uno scopo in una determinata situazione.
  8. Incertezza: Nasce dall’espressione di un punto di vista tra i tanti possibili, ossia quello del narratore.
  9. Appartenenza ad un Genere: Coincide con una categoria letteraria che guida il modo di raccontare i contenuti.

La Relazione Professionale dello Psicologo: Un Esempio di Narrazione Clinica

La relazione in forma scritta non è la conseguenza principale dell’intervento clinico dello Psicologo ma una parte complementare. È una prestazione professionale dovuta, qualora richiesta, che per essere effettuata presuppone specifiche competenze e precedenti azioni cliniche proprie del processo diagnostico quali la valutazione diagnostica e la restituzione. Lo Psicologo infatti nella stesura espone i dati raccolti su una determinata situazione problematica, li organizza e li riferisce ad eventuali disturbi psicologici codificabili e non, spiega le decisioni prese in merito alla diagnosi e al possibile trattamento ed infine suggerisce le indicazioni utili per affrontare la situazione.

La relazione clinica impegna fortemente la responsabilità professionale dello psicologo, da un punto di vista sia giuridico che deontologico. Vanno tenuti presenti nella stesura almeno quattro articoli del Codice Deontologico:

  • Art. 7: Lo psicologo valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, all’occorrenza, le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati. Lo psicologo, su casi specifici, esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta ovvero su una documentazione adeguata ed attendibile.
  • Art. 11: Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale.
  • Art. 24: Lo psicologo fornisce all’individuo, al gruppo, all’istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato.
  • Art. 25: Lo psicologo non usa impropriamente gli strumenti di diagnosi e di valutazione di cui dispone. Nella comunicazione dei risultati dei propri interventi diagnostici e valutativi, lo psicologo è tenuto a regolare tale comunicazione anche in relazione alla tutela psicologica dei soggetti.

Questi principi deontologici sono coerenti alle indicazioni di legge in materia di tutela della persona e di riconoscimento dei suoi diritti, di rispetto della privacy, di considerazione dei limiti delle proprie competenze professionali. Avvalorano il diritto della persona ad essere informata, ad essere consapevole della proposta dell’intervento che la riguarda e ad esprimere il proprio consenso scritto. Pertanto la relazione deve essere pensata in funzione della persona a cui è destinata, dei suoi bisogni informativi e del suo livello di comprensione.

Nella relazione vengono evidenziate una grande varietà di informazioni, si devono specificare le fonti diverse da cui derivano e le differenti procedure con cui sono state raccolte. Le affermazioni devono essere chiare e con riferimento ai fatti rilevati. Infatti eventuali richiami a costrutti psicologici e concettualizzazioni, sulla base di modelli teorici, devono essere giustificati sulla base fattuale e non sostituirsi ad essa. Il percorso attraverso il quale si arriva a determinate conclusioni deve essere chiaramente esposto e giustificato, facendo se necessario riferimento alle possibili interpretazioni alternative. È importante limitare allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso, ai fini della tutela psicologica della persona e di eventuali familiari, e soprattutto filtrare le informazioni in funzione dell'obiettivo che si vuole raggiungere. La relazione deve essere richiesta dalla persona stessa oggetto della valutazione e/o del trattamento o dai genitori della persona se minorenne o dal tutore legale della persona e solo a questi consegnata. Anche se il destinatario può essere un altro professionista o una istituzione (medico, pediatra, scuola, struttura sanitaria, ecc.), deve essere redatta in modo tale da essere sempre comprensibile e adatta soprattutto alla persona richiedente ma pensata anche in funzione dei bisogni informativi degli stessi destinatari. Quando il destinatario della relazione non coincide né con l’interessato, oggetto della valutazione e/o del trattamento, né con il committente è necessario prestare particolare attenzione agli articoli del CD sopracitati che devono guidare nelle scelte professionali. Una relazione solitamente ha come obiettivo fornire un quadro completo della situazione della persona così come appare allo psicologo clinico.

Tipologia di Dati nella Relazione:

  • Dati documentali: Raccolti da documenti, relazioni di altri professionisti (medici), referti di esami, ecc. È importante specificare data, nome dell'autore dell'affermazione seguito dalla dichiarazione medesima tra virgolette. Ad esempio: "Dal referto clinico rilasciato in data ……dal dott. …. si evidenzia: “Il Sig. …manifesta disturbo dell’umore con manifestazioni psicotiche "."
  • Dati da colloqui con terzi: Affermazioni utili a chiarire il percorso logico della relazione, possono risultare da colloqui condotti dallo stesso psicologo clinico con altri professionisti. È molto importante specificare data e loro generalità prima dell'affermazione che si vuole riportare. Ad esempio: "Il 12/12/2021 interpellata al riguardo l’insegnante Sig.…. di M. riferisce che "M. nell'ultimo periodo è migliorato soprattutto per quanto concerne la concentrazione e il comportamento"."
  • Dati riferiti dal paziente: È fondamentale distinguere, in modo linguisticamente chiaro, le informazioni che vengono riferite dal paziente. Lo psicologo infatti non può essere legalmente responsabile di quanto riferito dal paziente stesso, se lo ritiene opportuno, può riportarlo in modo che sia chiaramente identificabile la fonte (cioè il paziente medesimo). Ad esempio non si può scrivere che "il marito della paziente presenta una personalità aggressiva" se questa informazione è stata rilevata tramite informazioni fornite dalla moglie. Si deve scrivere invece: "La moglie riferisce che il marito presenta una personalità aggressiva".
  • Dati derivanti dal colloquio clinico.
  • Dati derivanti dall'osservazione del comportamento del paziente.
  • Dati derivanti dalla somministrazione di interviste semi-strutturate o da test.

Le conclusioni comportano la descrizione del funzionamento psicologico, sia quando emergono gli aspetti di normale variabilità, sia quando si riscontrino condizioni di disagio o aspetti di franca patologia. Nell’esposizione vanno definite le caratteristiche personali in termini di difficoltà riscontrate, di punti di forza e di debolezza. Per terminare va inoltre esplicitata la diagnosi, se possibile, con inquadramento nosografico, eventuali indicazioni di approfondimenti e/o di proposte di intervento terapeutico. Quando la valutazione richiesta allo psicologo è finalizzata a fornire una risposta chiara ad una specifica domanda del committente/inviante/destinatario è indispensabile, nelle conclusioni, rispondere a quanto richiesto. Si suggerisce, per stendere una relazione efficace, di selezionare le informazioni davvero pertinenti e rilevanti raccolte e di redigerla in modo sintetico, tendenzialmente non dovrebbe eccedere le tre/quattro pagine, per evitare che possibili diversi destinatari non la leggano per intero.

Riflessioni sull'Esperienza Terapeutica e il Ruolo del Professionista

Un percorso di psicoterapia, come ha avuto modo di intuire anche lei, dovrebbe proprio consistere in un percorso che la persona fa per riconquistare una certa autonomia, anche nei confronti di una semplice difficoltà che in quel momento la blocca. Il ruolo del terapeuta dovrebbe essere quello di aiutare la persona a trovare le soluzioni più adatte a tale scopo, evitando di essere parte del problema. Non si prenda con se stessa, non ha niente da recriminare nei suoi comportamenti e atteggiamenti.

Credo che il vero problema fosse la terapeuta. Ha condotto molto male questa terapia invischiandosi molto. Noi abbiamo la possibilità di parlare delle terapie a dei supervisori o, comunque, a parlarne con altri colleghi qualora emergano dentro di noi certe emozioni e vissuti oppure quando la terapia è in impasse. Quando lei ha detto "mi sembra mia madre" la terapeuta doveva analizzare e riflettere (da sola o con lei) in modo terapeutico il significato di questa affermazione. Probabilmente, invece, per la collega è stata una soddisfazione narcisistica.

Concordo con tutto ciò che i colleghi le hanno già scritto in precedenza; non so per quale motivo lei fosse in terapia, ma sono sicura che lei il suo percorso e le sue riparazioni emotive verso la serenità in parte le abbia fatte; la sua terapeuta evidentemente no. Ambivalenza, aggressività passiva, controllo, seduttività e molto altro sono stati espressi da questa persona nella "seconda parte" della vostra terapia, e lei ha percepito perfettamente tutto questo, pur senza saperlo dare un nome, con quelle sensazioni di pericolo, sgradevolezza, di qualcosa che non andava. E lei ha lanciato i segnali giusti (come comunicare che sentiva la collega come una madre) per essere aiutata. Si rallegri, la collega ha fatto un buon lavoro iniziale con lei, e appare quasi più integra lei come paziente di questa persona, che probabilmente avrà con il pensionamento sviluppato alcuni pensieri disfunzionali (può capitare, magari per una non accettazione del tempo che passa e della perdita del ruolo). Le consiglio, se potrà, di troncare con gentilezza lei questo rapporto ormai confuso e confusivo, e non più fonte di serenità e benessere psicologico per lei. Le sue percezioni emotive sono corrette, non è più una terapia e non può farle bene concretizzare una frequentazione con questa persona, "idealizzata" da lei come figura di riferimento (come è sano che sia, dentro un setting terapeutico), fuori da quel contesto. Se sentirà invece in futuro, di riprendere quel pezzo mai affrontato di sé, in cui la sua terapeuta non ha voluto con lei addentrarsi, potrà rivolgersi ad un'altra persona, un/una psicoterapeuta, magari non alla soglia della fine della professione, con cui fare una nuova strada.

Temo non sia né logico né deontologico formulare giudizi sull'operato di una collega ed esprimersi circa suoi possibili errori professionali sulla base del rapporto riportato da una ex cliente.

Peccato che una psicoterapeuta non sappia gestire il TEMPO: il tempo pattuito per le sedute, il tempo di durata della terapia, il tempo del distacco perché lei va in pensione. Se il/la paziente ne è capace, può diventare lei stessa la garante del tempo, anche se - francamente - ci sarebbe un rovesciamento dei ruoli che, se ci pensa bene, la dice lunga anche sulla terapia… Si attende un consiglio? Se sì, eccolo: chiuda definitivamente, per non rischiare di "buttare via" tutta questa esperienza, che pure l'ha arricchita.

La sua riflessione mi sembra complessa e lucida, in alcune parti anche sottile ed arguta. Non credo assolutamente che lei abbia fatto errori. La mia opinione è che, anche dopo la fine di una psicoterapia, emergono delle notevoli difficoltà in una relazione "privata" tra terapeuta e paziente, questo in primo luogo per evidenti dinamiche transferali che difficilmente si risolvono in maniera spontanea, proprio perché andrebbero interpretate all'interno del setting psicoterapico. Cosa vuole la collega, un'amica, una figlia?

La mia terapeuta, alla fine di quel mio 4° anno di terapia, è andata in pensione e ha cessato l’attività. I nostri incontri avevano la regolarità citata qui sopra e avevano questa caratteristica, chiamiamola “fuori norma”: duravano sistematicamente oltre i 50 minuti pattuiti, per dilatarsi ad un’ora e mezza /due ore (a seconda delle volte) di colloquio. Questo fatto ha avuto inizio improvvisamente (attorno al 2° anno) ed è sistematicamente proseguito, ad ogni seduta, fino al termine della psicoterapia. Ho usato il termine “dolorosamente” perché vivevo un conflitto: bisognosa della sua figura che mi fosse di riferimento (mi è mancato l’appoggio dei genitori da sempre - mia madre è malata di mente con invalidità del 100%, mio padre un uomo violento con cui ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale e sfilacciato) desideravo intensamente che lei mi “concedesse quello spazio”. Ma essendo io paziente, mi fidavo e non sapevo esattamente cosa pensare. Non ho mai detto esplicitamente: forse questo è sbagliato. Ci tenevo moltissimo a pagarla con regolarità: le dicevo ogni singola volta: “Questo è il mio modo per sdebitarmi” e lei rispondeva ogni singola volta “Ma non c’è problema…anche se volesse pagarmi in futuro…Lo sa, per me i soldi non sono più un problema, ne ho a sufficienza”. Arrivo al punto: durante il 4° anno avevo la sensazione durante i colloqui di “parlarmi addosso”, come se lei non fosse più disponibile a partire da quello che le dicevo per lavorarci su. Era come se non volesse aiutarmi a fare la restante parte di lavoro che rimaneva. Così un giorno le dissi con grande difficoltà che mi sembrava non avessimo più nulla da dirci e lei ripose che anche lei pensava lo stesso. Ho scritto all’inizio che mi sembrò che intendesse “portarmi avanti fino alla fine” perché accadde che mi chiese di frequentarci al di fuori dello studio perché, diceva, “Lei ormai era in pensione e poteva fare quello che voleva”. A me non pareva vero: così bisognosa della sua presenza, era fantastico pensare che il nostro rapporto potesse proseguire. Quando il momento è arrivato e l’ipotesi di vederci si è fatta reale, ho cominciato ad avere però dei dubbi: percepivo strane sensazioni, confuse, e non belle, dentro di me. Come se ci fosse qualcosa che non andava. Ho preso tempo, ma lei ha insistito, aspettato e poi ancora insistito e alla fine mi ha convinto. Le ho parlato, le ho detto che i ruoli erano estremamente impari, e che sentivo di essere nuda di fronte al fatto che lei sa tutto di me mentre io in realtà “non la conosco al di là del ruolo professionale”. Durante il 4° anno le confessai con grande vergogna (perché mi rendevo conto fosse una proiezione) che per me lei era come una madre. Avrei desiderato che lei, partendo da quella mia affermazione, mi conducesse e mi aiutasse a riannodare i fili della mia relazione con la mia vera madre. Una volta mi disse che aveva discusso con il suo analista riguardo a me. Dicendomelo mi è quasi parso mi chiedesse una legittimazione a proseguire in quel senso. Io mi spaventai, non presi posizione e lasciai che le cose proseguissero. Alla luce di tutto questo, desidererei se possibile avere un parere professionale riguardo il suo operato e miei eventuali errori di condotta, così da avere elementi di riflessione per elaborare meglio l’accaduto.

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