La civiltà islamica, nel suo fervore intellettuale e scientifico, ha gettato le basi per molte discipline che oggi consideriamo pilastri della conoscenza umana. Tra queste, la psichiatria vanta radici profonde e spesso sottovalutate nel pensiero medico arabo-islamico medievale. Lungi dall'essere una civiltà arretrata, l'Islam medievale elaborò un sistema clinico avanzato, anticipando molte idee che solo nei secoli successivi sarebbero state riscoperte in Europa. Questo articolo si propone di esplorare le innovazioni e le prospettive della psichiatria islamica medievale, dimostrando come essa rappresenti uno dei capitoli più affascinanti e meno conosciuti della storia della medicina.

Dalla Possessione alla Malattia: La De-Demonizzazione della Mente
Nell'Arabia preislamica, la comprensione delle alterazioni mentali era intrinsecamente legata a credenze animistiche. I ǧinn, i demoni del deserto, erano considerati esseri che incarnavano le forze oscure della Natura, ostili all'uomo. L'Islam ufficiale, influenzato da alcuni versetti coranici, accettò i ǧinn come demoni soggetti al comando di Dio, capaci di agire come esseri sovrannaturali. Questi potevano vagare di notte, trasportare vittime, distoglierle dal cammino, trasformarle in animali, avere rapporti sessuali con esse, possederle e renderle folli. La vittima di tale influenza era chiamata maǧnūn, termine che significava 'posseduto da un ǧinn' o 'folle'. Questa figura fu, e in alcune aree rurali del mondo islamico lo è ancora oggi, oggetto di credenze folkloriche e religiose, nonché di rappresentazioni letterarie. Il più noto maǧnūn letterario è l'eroe del celebre romanzo d'amore Maǧnūn Laylā (Il folle di Laylā), emblema dell'eccesso patologico d'amore profano o follia d'amore. Nell'ambito religioso, esisteva anche la figura del 'folle sacro', la cui condotta eccentrica era interpretata come manifestazione dell'intensità della sua esperienza religiosa e mistica.
Tuttavia, nella credenza popolare, molte malattie mentali erano e sono ancora considerate indotte dalla possessione dei ǧinn. L'epilessia, come nella medicina più antica, era ritenuta avere una causa divina attuata dal ǧinn. I malati mentali, generalmente, erano riconosciuti dal loro comportamento aggressivo e instabile, e la terapia si basava sull'esorcismo. Questo intervento poteva essere attuato con metodi religiosi, attribuiti allo stesso Profeta Muḥammad ed eseguiti da santi e ṣūfī con poteri curativi miracolosi, o attraverso metodi magici.
La svolta significativa si ebbe con l'avvento della medicina scientifica araba, che si sviluppò attraverso la sintesi delle tradizioni ippocratica, galenica, iraniana, indiana e araba. L'Islam medievale non solo precedette di secoli l'Europa nella psichiatria, ma sviluppò approcci innovativi alla cura della follia che oggi meritano una rivalutazione. La visione araba non considerava il disturbo mentale come una possessione demoniaca o una punizione divina. Era considerata una malattia, al pari di una malattia fisica, causata da squilibri nel corpo, come nel caso degli "umori" della medicina greca, o da turbamenti della "Nafs" (l'anima o psiche).

L'Approccio Olistico alla Mente e al Corpo
La terapia nell'Islam medievale non era un atto di esorcismo, ma una cura che coinvolgeva l'intera persona. I medici arabi praticavano un approccio olistico, che univa la cura del corpo a quella della mente. Questo si rifletteva nella concezione della salute mentale come parte integrante del benessere generale.
La teoria e i concetti della patologia mentale nella letteratura medica araba e persiana sono per buona parte derivati dalla descrizione della fisiologia umorale data da Rufo di Efeso (I-II sec. d.C.) per il trattamento della melancolia, e codificata da Galeno (II sec. d.C.). Galeno, all'interno del sistema dei temperamenti, descrisse le malattie somatiche e psichiche come il prodotto di un equilibrio alterato degli umori. La sua posizione, secondo la quale le facoltà della psiche sono dipendenti dagli umori del corpo, aprì la strada a una concezione della patologia mentale come sistema di disturbi dei quattro principali umori: sangue, flegma, bile gialla e bile nera. Le diverse facoltà e attività di un essere umano sono localizzate in altrettante parti od organi del corpo; il temperamento di organi come il cervello, il cuore o il fegato esercita una rilevante influenza sulle facoltà corrispondenti che risiedono in tali organi. La relazione fra la mescolanza degli umori e le facoltà della psiche è l'elemento centrale del rapporto fra mente e corpo secondo la concezione di Galeno.
Uno dei primi sostenitori di tale sistema fu Abū Zayd al-Balḫī (m. 322/934), un erudito nella tradizione del filosofo al-Kindī, autore di un trattato medico-etico intitolato Maṣāliḥ al-abdān wa-'l-anfūs (Sul benessere del corpo e dello spirito). Nella prima parte dell'opera, al-Balḫī tratta gli aspetti convenzionali dell'igiene somatica, ma conclude con una sezione particolare sul samā῾, l''audizione' (musicale), in quanto la sua natura specifica e i suoi effetti lo rendono capace di mediare fra i domini del corpo e della psiche. Il samā῾, sebbene possa essere comparato al bere e all'inalare profumo e influenzi miracolosamente i movimenti del corpo con il suo ritmo, esercita il maggior influsso sulla psiche; esso è una medicina ambivalente, capace di condurre sia alla negligenza sia al comportamento virtuoso.
La seconda parte dell'opera di al-Balḫī è dedicata all'igiene mentale e inizia con l'annuncio programmatico che il parallelismo fra corpo e mente è evidente nella salute, nell'armonia e nella protezione dalle influenze nocive. La relazione fra la terapia della mente e quella del corpo è un dato di fatto. La malattia mentale, secondo al-Balḫī, può essere evitata e curata come una febbre o un mal di testa. Certi parossismi, come quelli della furia (ġaḍab), sono ricondotti alla loro origine umorale che ne spiega i sintomi. Le principali malattie mentali trattate sono la furia, la paura, l'angoscia, le allucinazioni (wasāwis min al-ṣadr) e i soliloqui dell'io; questi ultimi presentano sintomi meno manifesti e una base umorale più difficile da determinare.
La melancolia, il più importante dei disturbi mentali, la cui eziologia umorale è espressa dallo stesso nome, ha rappresentato, in tutta la storia della sua esposizione e sistematizzazione, una specie di paradigma del principio di mutua influenza delle funzioni somatiche e mentali. Dopo che la terapia della melancolia fu inclusa nelle enciclopedie mediche d'autori quali Cornelio Celso e i suoi successori, insieme con altri noti disturbi come mania, epilessia, frenite e letargia, questa divenne oggetto di studio monografico con l'importante lavoro di Rufo di Efeso, il quale stabilì i principî per il trattamento della melancolia adottati nella Tarda Antichità e nel mondo islamico.
Uno dei maggiori autori arabi che utilizzò la dettagliata sintomatologia descritta da Rufo di Efeso fu Isḥāq ibn ῾Imrān di Baghdad, il quale lavorò alla corte aghlabita di Ziyādat Allāh, a Qairawan, fino alla fine del X secolo. Il trattato di Isḥāq ibn ῾Imrān sulla melancolia ebbe una vasta influenza sulla letteratura successiva, anche attraverso l'adattamento latino di Costantino l'Africano (De melancolia, 1536). Isḥāq conosceva bene il lavoro di Rufo, che cita come fonte maggiore, ma rimarcò che egli contemplava solo la melancolia epigastrica (al-῾illa al-šārāsīfiyya) e ometteva il secondo tipo di melancolia, che origina nel cervello, e il terzo, il quale ha origine in tutto il corpo e poi ascende al cervello. Il secondo e il terzo tipo presentano varianti in relazione al concorso specifico della bile gialla e della bile nera, che conduce rispettivamente a frenite, danza involontaria e imbecillità, ferocia, delusione. Isḥāq continua descrivendo i sintomi fisici e mentali della melancolia: depressione, paura, tristezza, allucinazioni, eccesso di pianto e di riso, eccesso e assenza d'appetito, e conclude con una dettagliata discussione della relazione fra la melancolia e l'epilessia.

I Bimaristan: I Primi Ospedali Psichiatrici
Un aspetto fondamentale dell'avanzamento della psichiatria islamica medievale fu la creazione di istituzioni dedicate alla cura dei disturbi mentali. I primi veri ospedali psichiatrici, noti come bimaristan, come quelli di Baghdad (fondato nell'805 d.C.) e Fes, erano pensati come luoghi di cura e non di reclusione. A differenza dei manicomi europei, che spesso erano vere e proprie prigioni, questi luoghi offrivano un ambiente sereno e curato, dove i pazienti venivano trattati con dignità.
Queste istituzioni non solo ospitavano i malati, ma fungevano anche da centri di apprendimento e ricerca medica. Medici e studiosi potevano osservare e studiare le malattie mentali, sviluppando nuove teorie e pratiche terapeutiche. La consapevolezza del ruolo dell'ambiente nella costruzione dell'identità individuale era già presente nel X secolo, come testimoniato da riflessioni sulla "collocazione dell'asse" che influenza la percezione e il comportamento, metafora dell'importanza dell'ambiente nella vita umana.
Salute Mentale dei Musulmani Italiani - Report 2022
Figure Chiave e Contributi Letterari
Figure come Al-Razi (Rhazes) e Avicenna (Ibn Sina) non erano solo medici, ma anche filosofi che integrarono conoscenze di psicologia, biologia e spiritualità. Al-Razi, in particolare, responsabile dell'ospedale di Baghdad, creò il primo reparto riservato alla cura delle malattie mentali, dove ebbe modo di studiare numerosi casi clinici.
Il suo trattato sulle malattie dei bambini, la cui prima traduzione in latino si attribuisce a Gherardo da Cremona, descrive e propone cure per 24 possibili patologie dell'infanzia. L'opera di Rhazes fu usata come modello fra gli altri da Paolo Bagellardo da Fiume per il suo Libellus de aegritudinibus infantium, primo libro di pediatria a stampa, edito a Padova nel 1472.
I diversi tipi di disturbi mentali furono classificati nelle enciclopedie mediche di autori come al-Razi, al-Maǧūsī e Avicenna. Queste opere erano ordinate perlopiù a capite ad calcem e, essendo le malattie mentali concepite la maggior parte come originanti dalla testa, erano trattate nei primi capitoli delle sezioni sulla patologia. Il primo dei venticinque o più volumi del Kitāb al-Ḥāwī di al-Razi, oltre a trattare le facoltà del cervello (immaginazione, cogitazione e memoria) e i loro temperamenti, è interamente dedicato all'esposizione delle malattie della testa; fra queste troviamo apoplessia, vertigini, melancolia, paralisi facciale, epilessia, incubi, spasmi e tetano, letargia, frenite, follia (ǧunūn), demoni (quṭrub), insonnia e mal di testa. Il Kitāb Kāmil al-ṣinā῾a al-ṭibbiyya (La summa dell'arte medica) di al-Maǧūsī presenta un diverso ordinamento: inizia con i principî teorici della medicina, discute l'anatomia, le facoltà naturali e le funzioni degli organi, l'influsso di condizioni esterne come clima, vestiario, ecc. (con un interessante passo sull'influenza delle disposizioni mentali sul corpo), nosologia ed eziologia, patologia e diagnostica.

La Melancolia e il Mal d'Amore: Un Ponte tra Medicina e Letteratura
La melancolia, sia nel mondo islamico medievale sia nell'Europa rinascimentale, riscosse un interesse generale più vasto di quello dell'ambito medico in quanto connessa al mal d'amore. Prosatori, curatori d'antologie, teologi e medici si dedicarono a classificare i vari tipi d'amore in relazione, fra gli altri aspetti, all'oggetto amato e all'intensità.
Un antico testo arabo sulla malattia d'amore della tarda tradizione alessandrina compreso nei Problemata physica testimonia la popolarità di questo tema. Il testo, sebbene i sintomi dell'eccesso d'amore come inquietudine, angoscia, paura, depressione, insonnia, danni al cervello, anoressia, l'eventuale follia o suicidio ricevano un'esposizione medica, manca tuttavia di un'appropriata ottica medica; tale mancanza facilitò la sua diffusione pseudepigrafa e aprì la strada per l'integrazione nella tradizione araba letteraria e in quella occulta, con varie e inventive forme di adattamento.
Uno dei primi testi sul mal d'amore che fa parte della letteratura medica e solleva un problema di competenza professionale fu quello di Abū Sa῾īd ῾Ubayd Allāh ibn Baḫtīšū῾ (XI sec.). In questo breve trattato, si afferma che il medico ha il dovere di studiare i fenomeni mentali e che il mal d'amore è una malattia. Questa tesi è uno dei numerosi commenti alla vecchia controversia sulla competenza terapeutica sul corpo e sull'anima. Dal verdetto di Democrito secondo il quale 'l'arte medica cura le malattie del corpo, la filosofia allevia lo spirito dalle sue sofferenze', una forte tradizione stoico-cristiana ha affermato uno status indipendente e potenzialmente immortale dello spirito, del quale la filosofia è custode. Vi fu anche una serie di egualmente vigorose difese della medicina come custode del corpo, principalmente per opera di medici professionisti. Questa posizione, essenzialmente galenica, è assunta per esempio da autori come Rabban al-Ṭabarī (m. 240/855 ca.) nel Firdaws al-ḥikma (Paradiso della saggezza), e dal suo collega Isḥāq ibn ῾Alī al-Ruhāwī, un contemporaneo di Abū Zayd al-Balḫī. Nell'Adab al-ṭabīb (L'etica del medico), Isḥāq ibn ῾Alī al-Ruhāwī afferma che la medicina, la quale può aiutare il corpo e lo spirito, è superiore alla filosofia, la quale può aiutare solo lo spirito.
῾Ubayd Allāh ibn Baḫtīšū῾, nel suo trattato, segue da vicino l'argomentazione di Galeno che vuole le facoltà dello spirito dipendenti dagli umori del corpo. Galeno aveva opportunamente raccolto le speculazioni di autorità come Platone che, nel Timeo, parla dell'effetto di un cattivo temperamento (kakochymia) sullo spirito, e le osservazioni di Aristotele, nel De partibus animalium, sulla relazione fra la mistura del sangue e le emozioni. L'ultima e più estesa sezione del trattato di ῾Ubayd Allāh afferma che l'eccesso d'amore è una malattia che dev'essere trattata dal medico. Incerta è la localizzazione della malattia, se questa sia da collocare nella parte sensuale (šahwānī) o razionale (nuṭqī) dell'anima, i suoi sintomi sono invece considerevoli e le misure terapeutiche da adottare sono stabilite sulla base dell'esperienza medica. I metodi di trattamento, secondo ῾Ubayd Allāh, sono la correzione del temperamento corporeo attraverso la dieta e i farmaci, l'audizione musicale, la balneoterapia e l'uso di vino. Il testo di ῾Ubayd Allāh è un'abile collezione di argomenti a favore dell'interpretazione e del trattamento medico della malattia mentale e include l'esposizione della diagnosi del polso dell'amore veemente (ascritta a eminenti medici, da Galeno ad Avicenna) e della musicoterapia (già toccata da Abū Zayd al-Balḫī).

La Musicoterapia e l'Influenza della Musica sull'Umano
Le prime scuole di diritto islamico avevano ricusato la musica vocale accompagnata da strumenti, affermando che il suo influsso distoglieva l'ascoltatore dal comportamento dignitoso e dall'osservazione delle leggi religiose. Tuttavia, le attestazioni di rappresentazioni musicali pubbliche, anche e in particolare alla corte dei califfi abbasidi, sono abbondanti. La teoria delle influenze della musica sulla condotta e le emozioni umane, già sviluppata nella Tarda Antichità, entrò a far parte della cultura musicale, filosofica e, in una certa misura, medica dell'Islam. Autori come al-Kindī e al-Fārābī coltivarono questa teoria.
Specialisti quali Ibn Hindū (m. 420/1029), dedicano capitoli del Miftāḥ al-ṭibb (La chiave della medicina) all'enumerazione delle conoscenze scientifiche che devono essere padroneggiate da un medico esperto, includendo fra queste l'uso terapeutico della musica. Ibn Hindū non può negare, e al contrario sottolinea, gli effetti terapeutici dell'audizione musicale ma trascura il quadro speculativo della musicoterapia elaborato dagli autori più antichi. Sappiamo che, in un senso generale, esiste un tipo di melodia, un modo di suonare la tromba, un tipo di tono degli strumenti a fiato e un ritmo che evocano tristezza e che vi è un altro tipo che evoca la gioia; uno che quieta e calma e uno che inquieta e opprime; uno che causa insonnia e un altro che induce sopore. D'altronde, noi spesso prescriviamo per i melancolici l'uso di modi musicali (al-ṭarīq) a essi adatti e benefici. Questo, tuttavia, non significa che lo stesso medico debba suonare la tromba o uno strumento a fiato e danzare. Piuttosto, la medicina ha molti assistenti, come il farmacista, il flebotomo e il salassatore con coppette; la medicina è servita da essi e a essi si affida per tutti questi lavori. Lo stesso vale per il musicista, al quale uno chiede assistenza in tali circostanze.

Eredità e Riconoscimento Contemporaneo
Nel contesto contemporaneo, la psichiatria islamica medievale rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e meno conosciuti della storia della medicina. L'importanza di questa eredità è stata sottolineata da studiosi e professionisti della salute mentale. Marwan Dwairy, psichiatra con 25 anni di esperienza clinica a Nazareth, evidenzia le sfide nell'applicare teorie psicologiche occidentali a pazienti arabi, sottolineando come la famiglia e la collettività abbiano un ruolo predominante in culture come quella arabo-musulmana. L'autore invita a rispettare e utilizzare il contesto culturale dei pazienti nel processo terapeutico per alleviare i malesseri mentali.
Lorenzo Tarsitani, psichiatra e coordinatore dell'Ambulatorio di Psichiatria delle Migrazioni del Policlinico Umberto I di Roma, afferma che nel suo ambulatorio circa un terzo dei pazienti sono islamici. Nei pazienti immigrati islamici, per essere efficaci, le visite e i colloqui psicologici devono spesso iniziare dall'esplorazione della cultura, della religiosità, del gruppo di appartenenza del paziente, della famiglia e del progetto migratorio. La cultura islamica, in alcune persone, può creare difficoltà legate al genere, e si verificano interruzioni di terapie con farmaci durante il Ramadan. In terapia, come dice Alfredo Ancora, psichiatra transculturale, "Non si è mai in due, ma in tre. Il terapeuta, il paziente e il quadro culturale e religioso che talvolta sembra addirittura il protagonista".
Di qui l'importanza dei mediatori culturali che, oltre a tradurre, nei casi di migranti, i dialoghi tra paziente e operatori della salute mentale, hanno un ruolo di mediazione interculturale e favoriscono la comprensione e la scelta degli interventi più adatti.
In sintesi, la visione psicologico-psichiatrica del mondo arabo era incredibilmente avanzata per l'epoca: si basava sulla de-demonizzazione della malattia mentale, su un approccio olistico e sul principio che l'ambiente di cura dovesse essere umano e dignitoso. L'Islam medievale non solo precedette di secoli l'Europa nella psichiatria, ma sviluppò approcci innovativi alla cura della follia che oggi meritano una profonda rivalutazione, dimostrando come le radici della moderna psichiatria affondino in un terreno intellettuale ricco e diversificato.
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