La ricerca dell'identità, mai come nella nostra epoca, si esprime attraverso il corpo. Un corpo che è sempre più manipolato, divinizzato, esibito e utilizzato come un manifesto su cui imprimere tatuaggi e piercing, assumendo un ruolo simbolico nella comunicazione non verbale. Tuttavia, questo corpo è sempre meno ascoltato nella sua essenza naturale, legata agli equilibri biologici. Per ottenere attenzione, esso è costretto a manifestarsi attraverso sintomi, soprattutto nell'ambito dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). Il rimuginare ossessivo sulle forme corporee, tipico dei DCA, nasconde il paradosso di un corpo pensato ma non percepito, che porta alla perdita dei confini della stessa identità fisica.
Non si può trascurare l'influenza delle chat, delle immagini televisive e dei social network, che propongono un'esposizione continua del corpo, con modelli spesso irreali e irraggiungibili. Questo rende ancora più complessa la costruzione dell'identità. Non possiamo affermare che i modelli proposti dalla cultura occidentale abbiano un ruolo patogenetico diretto nell'insorgenza dei DCA, ma si definiscono "patoplastici", poiché suggeriscono la forma da dare a un sintomo, laddove questo rappresenti una sorta di soluzione adattativa in una condizione di profondo disagio, in individui con particolare vulnerabilità.
Nei DCA, l'idea dominante è quella di un controllo onnipotente del corpo e delle sue funzioni biologiche, perseguendo un modello di magrezza come passaporto verso la felicità. Questo ci rende ragione della loro diffusione. Fin dall'infanzia, esiste un'esposizione insidiosa a modelli che stigmatizzano l'eccesso di peso e presentano la magrezza come valore positivo. Persino Topolino, è magro e buono, come Pippo e altri personaggi positivi, mentre Gambadilegno e i Bassotti sono grassi e cattivi. In America, i bambini e gli adolescenti passano oltre 6 ore al giorno davanti alla televisione, ai videogiochi, al computer e ai social media. Il loro uso così prolungato porta a interiorizzare messaggi, sia rispetto al consumo di determinati cibi, proposti dalla pubblicità, sia riguardo ai modelli estetici. La preoccupazione per le forme corporee porta facilmente a comportamenti disfunzionali rispetto al cibo e a tutte quelle strategie finalizzate a controllare il peso, fino ad arrivare a vere e proprie manifestazioni cliniche di disturbi alimentari con diversi livelli di gravità.
I DCA rappresentano una patologia in crescita esponenziale, tanto da costituire una vera e propria epidemia sociale. Si calcola che siano circa 3 milioni i ragazzi che, solo in Italia, soffrono di qualche disturbo dell'alimentazione, e che nel mondo si ammalino decine di milioni di giovani ogni anno, con una maggiore incidenza nel sesso femminile, anche se questo divario tra i sessi si sta gradualmente riducendo. Compaiono, per la prima volta, i DCA dell'infanzia, proprio a causa dell'aumento della loro incidenza e, forse, anche delle capacità diagnostiche che permettono di intercettare manifestazioni patologiche in precedenza misconosciute.
L'Impatto dei Media e della "Diet Culture"
La nostra epoca è stata definita quella del post-moderno, il mondo della globalizzazione e del dominio dei mass-media. In questo scenario, risulta sempre più difficile per i giovani costruire un'identità forte, basata su relazioni stabili con l'altro. Come ci insegna Lyotard, viviamo in un'epoca di relazioni fluttuanti ed instabili. I giovani, sempre più a contatto con gli strumenti utilizzati dal biopotere, quali internet, televisione e cinema, costruiscono il proprio "io" utilizzando come modello di riferimento personaggi dello "Star system", della televisione o del mondo virtuale. Questi veicolano spesso un messaggio pericoloso: quello dell'imperitura bellezza e perfezione del corpo umano. Ragazzi e ragazze, che spesso faticano a tenere a bada le proprie emozioni e pensieri, che hanno difficoltà a costruirsi idee proprie e identità, cadono vittime di un'illusione: quella di poter controllare il loro corpo e i bisogni legati a questo.
L'idea di corpi che possano essere mantenuti sempre uguali, intoccabili ed intonsi, ci viene proposta anche dagli innocenti Cartoons. Il corpo più esposto alle sentenze del biopotere e ai modelli imposti dalla società è quello femminile. Le Principesse Disney sono presentate sempre magre e belle, composte e gentili. L'idea che la grazia, l'armonia, la gentilezza e soprattutto l'essere benvoluta e accettata dal genere maschile e dalla società in generale dipenda dal corpo, sempre rappresentato come magro ed aggraziato nelle principesse, si insinua così precocemente nelle menti delle bambine. Anche "Frozen", l'ultimo cartone animato della Disney, è recentemente finito al centro di critiche e polemiche, piuttosto per l'immagine della donna che emergerebbe anche attraverso questo modernissimo cartone animato.
La parola "controllo" sembra essere proprio quella chiave nei Disturbi del Comportamento Alimentare: ci si illude di poter controllare la quantità e la qualità dei cibi di cui ci nutriamo e, attraverso questi, il corpo e la sua estetica. La nostra corporeità è fortemente influenzata da ciò che mangiamo. Il periodo storico in cui viviamo, sempre grazie all'avvento dei mass media, è il tempo della "Diet Culture", quello in cui si pone particolare attenzione alla diffusione di cibi "bio" e "sani", "proteici" o "dimagranti", prodotti in ingenti quantità dalla moderna industria.

Siamo bombardati di immagini che ci propongono corpi scolpiti, perfetti, accompagnati sempre da descrizioni su quanto e cosa mangiare, su quali prodotti dovremmo consumare per rientrare in un modello nel quale l'individualità e la diversità dei corpi viene cancellata da forme tutte uguali e perfette. Corpi che assomigliano a merci, nella loro serialità e comunanza, dimentichi del fatto che la ripetitività conserva e non cancella la diversità e che anche due oggetti apparentemente uguali sono in realtà diversi.
L'alimentazione è ciò che, insieme ad altri importanti fattori, accomuna l'uomo con gli altri animali. Nonostante questo, la nutrizione umana risulta essere molto più complessa rispetto a quella degli altri membri del Regno degli Animalia, perché l'uomo può apprendere a controllare ciò che mangia. Accanto all'evoluzione naturale, l'uomo si modifica e ha modificato sé stesso e le proprie abitudini grazie a fattori epigenetici, culturali e simbolici. Ciò che viene consumato a tavola è fortemente condizionato dai comportamenti appresi e dall'imitazione socialmente mediata. Oggi ci viene proposta l'immagine di persone a cui viene attribuito valore in base alla loro capacità di costruire corpi atletici, levigati e scultorei grazie al controllo che questi riescono a mantenere sulla propria dieta ed attività fisica.
L'ossessione per un corpo che riproduce nelle proprie forme quello delle statue greche di winckelmanniana memoria, sta contribuendo allo sviluppo di un nuovo disturbo alimentare, quello della vigoressia. La persona affetta da ortoressia sviluppa un disturbo ossessivo-compulsivo, tale per cui controlla in maniera maniacale la quantità e qualità di alimenti ingeriti e desta particolare attenzione, fino alla compulsione, nei confronti dell'attività sportiva. Il consumo di cibi ritenuti "sani" e "puliti", da parte della persona ortoressica e l'assiduità e la durezza dei propri allenamenti sportivi, si fa garante di un corpo scultoreo. Questa ossessione per forme perfette può condurre addirittura la persona a richiedere e subire interventi chirurgici come la riduzione del grasso addominale o quello concentrato sulle cosce.
Rappresentazioni nei Cartoni Animati e Disturbi Alimentari
Nel mondo dei cartoni animati, tale disagio, che colpisce le fasce più sensibili al giudizio estetico della società, come i teenagers e le donne, è rappresentato dalla protagonista Junji, dell'anime dell'omonimo manga "Ribs Woman" (2018). Tuttavia, come dimostrano gli studi di Linda Bacon sulla Diet Culture e sulla vigoressia, il controllo maniacale della propria alimentazione conduce spesso proprio a una perdita di cognizione e di consapevolezza rispetto a ciò che si mangia, fino a sfociare in episodi di alimentazione incontrollata o Binge Eating. Questo disturbo alimentare porta il soggetto ad avere pensieri così ricorrenti sul cibo, tanto da non riuscire più ad essere padroni del proprio senso di fame e sazietà e da sfociare in episodi di grandi abbuffate, in cui si consumano quantità di cibo decisamente superiori a quello del proprio fabbisogno.
Nel film di animazione "Kung Fu Panda" (2008), il protagonista Po, è un soggetto molto sensibile e vulnerabile al giudizio altrui. In molte scene, il povero panda si lascia andare a episodi di fame nervosa e a una insaziabile voracità che lo porta poi a vergognarsi di sé e a coprire anche con le proprie mani le forme del corpo goffo e in sovrappeso.

L'antropologo Robert Hertz, nell'opera "La preminenza della mano destra", mette in luce un cruciale aspetto della società umana, legato all'evoluzione culturale: l'importanza del rito e la tendenza a dividere il mondo in "bene" e "male" per tentare di imbrigliare una realtà complessa e difficilmente classificabile. L'uomo da sempre tende a schematizzare il mondo che lo circonda per destreggiarsi meglio al suo interno e affrontare la difficoltà di attribuirgli un senso, attraverso la pratica del rito. Nell'ortoressia, la persona proietta i sentimenti di negatività e positività sul cibo e classifica tutta una serie di alimenti come "buoni", giudicando "male" gli altri. Solo alimenti non contaminati da altri cibi, contenenti esclusivamente determinati tipi di farine e poco zuccherati o salati, vengono considerati "puri". C'è una vera e propria attenzione per una certa classe di alimenti che vengono qualificati come Superfoods, la cui radice etimologica rinvia proprio al mondo soprannaturale e alla superiorità del concetto di bene. L'assunzione del cibo spazzatura viene considerato un "cheat meal", un vero e proprio peccato. È significativo come i superfoods siano quegli stessi prodotti "bio" che la moderna industria e i mass media continuano a proporci.
La separazione tra cibo "pulito" e cibo "sporco", il cercare di rendere universale qualcosa che dovrebbe essere strettamente individuale e personale, come le scelte alimentari, è al centro del tempo presente. Non ci si domanda più cosa sia la salute e ci si concentra esclusivamente sull'immagine corporea. Il corpo, le sue misure, proporzioni e "taglia" è l'unico indicatore di un buono stato psico-fisico, non rendendosi conto che il modello di perfezione corporea a cui oggi si guarda, non coincide quasi mai con quello di buona salute. I mass media e il biopotere si impegnano a omologare i corpi e l'alimentazione: basta accedere ai social per ritrovarsi catapultati in un universo di immagini richiamanti diete e determinati tipi di corpi.
Nel tempo presente, quello della mancata messa a termine di un vero processo di secolarizzazione, si sta caricando di valore etico il cibo. Viene considerato "buono" il comportamento di chi associa alla propria dieta i concetti di frugalità, moderazione e addirittura di restrizione. Schemi dietetici, che dovrebbero essere scelte personalissime in quanto ogni regime alimentare dovrebbe rispettare la fisiologia, la biologia e le esigenze del singolo, stanno diventando modelli imposti dalla società. Gli alimenti sono imbevuti di valore assiologico tale per cui la persona che consuma prodotti "bio", "vegani", "vegetariani" etc., anche non avendo intolleranze alimentari particolari o non aderendo profondamente all'ideologia che quella dieta porta con sé, viene presentata come migliore.
Personaggi Animati e Archetipi Psicologici
Peter Pan, Rapunzel, la Bella Addormentata nel Bosco sono tutti personaggi delle favole e dei cartoni animati Disney a noi conosciuti. Questi stessi protagonisti, però, sono stati presi in "prestito" dalla psicologia per descrivere alcune caratteristiche di personalità, talvolta anche con dei tratti "disfunzionali". Molti di questi "disturbi" non sono riconosciuti dalla Comunità Scientifica, ma sicuramente fanno riferimento a "copioni" comportamentali molto diffusi.
Peter Pan è il ragazzo destinato a non crescere mai. La psicologia indica col termine sindrome di Peter Pan quelle persone che si caratterizzano per una marcata immaturità emotiva e una tendenza spiccata ad evitare ruoli e responsabilità importanti.
La Bella Addormentata ha come protagonista Aurora, che a 16 anni, a causa di un incantesimo, cade in un sonno profondo. Nella vita esiste un disturbo neurologico piuttosto raro, noto col nome di sindrome di Kleine-Levin, che provoca ipersonnia e periodi caratterizzati da tendenza a dormire per molte ore al giorno e alterazione del comportamento. Durante episodi di questo tipo, il paziente prova molta sonnolenza, trascorre gran parte della giornata e della notte a dormire e riesce solo a svegliarsi per soddisfare i bisogni primari (mangiare, bere…).
Raperonzolo è la principessa nota per la sua lunga e folta chioma. Nella pratica clinica si indica con Sindrome di Rapunzel (chiamata anche tricofagia) un disturbo, in grado di provocare seri problemi intestinali, caratterizzato dalla compulsione a mangiare i capelli.
Bambi, il piccolo cerbiatto che rimane orfano di mamma, è usato in psicologia per indicare una personalità eccessivamente sensibile, sentimentale e che si batte unicamente per l'affermazione dei diritti altrui.
Tutti conosciamo la storia di Cenerentola e le pesanti ingiustizie che è stata costretta a subire dalla matrigna e dalle sorellastre. In psicologia, si parla di complesso di Cenerentola per indicare quelle donne che sviluppano una dipendenza affettiva patologica.
I personaggi Disney e i loro (presunti) disturbi psichici || Prima parte
La preoccupazione per la propria immagine è la fatale immaturità dell'uomo. È così difficile essere indifferenti alla propria immagine; una tale indifferenza è al di sopra delle forze umane. L'uomo ci arriva solo dopo la morte, e neanche subito. Nasciamo in un mondo di immagini; la vista è ciò che ci permette di stabilire il primo contatto con la realtà e di entrare in rapporto con ciò che ci circonda, e soprattutto con coloro dai quali abbiamo bisogno di stabilire una relazione e dalla cui attenzione e responsività, attribuita proprio da quello sguardo posato su di noi, la nostra esistenza viene a dipendere.
Apriamo gli occhi e davanti a noi abbiamo un'immagine, quella della madre, il primo specchio in cui vediamo riflessi emozioni e sentimenti, di cui non abbiamo ancora consapevolezza. Il neonato manca di propriocezione e di identità, ma quella reciprocità, tipica di un rapporto bidirezionale e suggellata sin dalla permanenza nel grembo materno dal cordone ombelicale, viene a replicarsi in una relazione fondata su un gioco di sguardi e di risposte emotive. Bastano pochi minuti dopo la nascita a far sì che l'essere umano mostri una preferenza per il viso dei suoi simili piuttosto che per altri stimoli visivi; i nostri occhi e la nostra testa si orientano subito verso l'altro. Accanto alla vista, senso che ci permette di aprirci al mondo e di "toccarlo" a distanza, un altro canale di comunicazione con l'ambiente esterno è l'udito. L'uomo sente la voce della figura parentale, è esposto immediatamente alla lingua utilizzata da chi lo circonda e all'universo di simboli della cultura di cui viene ad essere parte.
La parola è come un indice puntato sul bambino; i significati stabiliti dal contesto sociale sono dei veri e propri marchi e "tatuaggi" che si imprimono sul nostro corpo. Ciò che gli altri dicono di noi, le storie che si iniziano a raccontare sul nostro conto, le fotografie che subito ci vengono scattate, costruiscono il nostro "io" e la nostra memoria viene subito a costituirsi come visiva e uditiva. La funzione delle facoltà mnemoniche è quella di conservare ciò che non può essere colto: il tempo e quell'immagine di noi stessi che, proprio perché soggetti al mondo della mutevolezza, non potrà mai mantenersi identica a sé stessa. Iniziamo subito a cambiare, ogni secondo, ogni istante; il neonato ripete, come Socrate insegna nel Timeo, un ciclo che sembra perpetuarsi in natura ma che proprio nella ripetizione presenta il mistero dell'irripetibilità di un gesto unico. Di tale processo, la sola cosa sempre nuova è paradossalmente la ripetitività stessa, che come tale non potrà mai essere replicata. Siamo identici perché diversi, e l'identità è nel divenire e nel movimento, in cui avviene il quid del processo, che proprio perché sempre in moto non può essere visto o detto.
Il neonato non distingue ancora bene le forme altrui, ma la propria figura viene subito riconosciuta e ad essa viene attribuito immediatamente un nome, attraverso la parola. Il nome è qualcosa di casuale che però viene a costituirsi come necessità e che subito viene a costruire la nostra identità. "Anche il nome lo abbiamo ricevuto per caso," continuò Agnes. "Non sappiamo quando abbia avuto origine e da dove l'abbia preso qualche lontano antenato. Non comprendiamo affatto quel nome, non conosciamo la sua storia e ciononostante lo portiamo con esaltata fedeltà, ci fondiamo con esso, lo amiamo e ne siamo ridicolmente fieri, quasi l'avessimo inventato noi in un momento di grande ispirazione. Il viso è come il nome."
Il mondo dei cartoni animati può essere utilizzato come differenziale per analizzare questioni filosofiche, sociologiche e psicologiche come la costruzione dell'identità personale. L'edificazione di un "Io" attraverso segni e simboli è ben esemplificata nel cartone animato Disneyano "Oceania" (2016). In questo film di animazione, il coprotagonista, Maui, è un semidio mutaforma che ha costruito la propria identità con dei tatuaggi sul corpo. Questi segni sulla pelle del personaggio animato rappresentano scene della sua vita vissuta e sono la memoria delle azioni e gesta passate.

All'interno di un paradigma platonico, le immagini vengono controllate dal discorso su queste; invece, nella modernità, con il cinema e soprattutto con l'animazione, sono le rappresentazioni visive a prendere il sopravvento e quasi a dominare lo sguardo dello spettatore. In questo modo, abbiamo un rovesciamento del modo tradizionale con il quale si è guardato all'immagine nella cultura occidentale. Tutto ciò che in realtà è processo e movimento viene percepito per semplicità come fermo ed immobile; così si fa largo uso di metafore fuorvianti per spiegare meccanismi mobili e processi interni, come anche le funzioni mnemoniche. La memoria, all'interno di un paradigma platonico, è qualcosa di stabile, che l'uomo, per semplicità, tende a raffigurarsi come una serie di pacchi, in cui sono contenuti i ricordi. Tale immagine, piuttosto semplicistica e ingenua di una delle massime facoltà umane, viene utilizzata per comodità anche nel mondo della scienza. In un'altra celebre rappresentazione Disney, "Inside Out" (2015), alla quale hanno lavorato illustri psicologi, si fa uso di un paradigma platonico per spiegare al pubblico cosa sia la memoria. Quando i due personaggi di "Tristezza" e "Gioia" si perdono all'interno del mondo dei ricordi, viene presentato agli occhi dello spettatore una specie di grande catasto, con dentro dei veri e propri compartimenti in cui vengono catalogate e smistate le memorie.
- Henri Bergson, Materia e Memoria.
Parola e immagine, significante e significato, vengono associati nella cultura dei segni, ma il simbolo dovrebbe essere inteso come ciò che unisce due cose distinte, che, proprio perché vengono a relazionarsi, possono essere fuse conservando e mantenendo la loro diversità. La relazione e l'incontro con l'Altro non deve coincidere necessariamente con la spersonalizzazione, ma nel diverso si può trovare l'uguale, perché l'Uno non sarebbe tale se non includesse anche il suo opposto. Se l'Altro viene percepito come diverso, lontano ed estraneo, diventa ostacolo per il riconoscimento del proprio sé.
Il mondo esterno e coloro che lo abitano insieme a noi sono di fondamentale importanza per la costruzione della nostra interiorità e vita emotiva. "Nell'Essenza e forme della simpatia", Scheler mostra come, all'inizio della nostra vita, non abbiamo coscienza e consapevolezza delle nostre emozioni e del nostro "Io". L'originaria apertura al mondo, secondo il fenomenologo, ci pone all'interno di una relazione cosmovitale, attraverso la quale, con il sentimento da egli denominato "unipatia", ovvero l'identificazione perfetta con il sentire del caregiver, iniziamo a creare quella che sarà la nostra identità. L'uomo è un essere assiotropico ed eterotropico: aprendosi all'esperienza e all'Altro, costruisce il proprio mondo interiore e quello dei significati.
L'incontro con gli altri, dunque, è fondamentale per il nostro io, ma in questo "riflesso" ci si può perdere, smarrire, fino a naufragare tristemente come nel Mito di Narciso. L'identità è anche differenza: se non fosse e non comprendesse la diversità, non sarebbe identificazione perfetta e totalità. "A darsi è sempre Idea o Natura nel loro negarsi. L'una e l'altra non potranno non riconoscersi nel volto dell'altra, che è specchio rivelatore, nonché negatore di ciò che è." Questo passo di Hegel può essere letto come un ripensamento del rapporto dialettico con l'altro e come un possibile epilogo alternativo al Mito di Narciso. Se nel racconto greco, nell'"incontro" con l'Altro, rappresentato dal riflesso del protagonista nell'acqua si ha il "naufragio", vissuto con il dramma della morte, in questo incontro ci si può invece realizzare. Nel farsi diversi, si diviene ciò che si è.
L'uomo è spaventato dall'immagine dei vari specchi che incontra, perché diverse, alternative, mai le stesse e perfette. Tuttavia, mai un'immagine potrebbe catturare la fissità e la perfezione di qualcosa, proprio perché, in quanto movimento e divenire, la realtà e la vita non possono essere catturate da una rappresentazione statica. Nella società attuale, in cui la diversità è scoraggiata a favore dell'omologazione e della conformità, educare all'incontro con l'altro si rivela essenziale. Nel cartone animato Disneyano "Tarzan" (1999), il personaggio principale incontra L'Altro come ciò che potrebbe apparire assolutamente diverso, in quanto viene allevato da scimmie, ma nonostante ciò impara a percepire uguaglianza nella diversità. La relazione può unire e tenere insieme ciò che massimamente diverge, come vediamo nei Poemi di Laforgue o nei quadri dadaisti.
Nella cultura occidentale, gli uomini tendono a concepire le immagini e gli oggetti come fissi e ad essere estranei ai concetti di processo e divenire. L'assenza di mutazioni è rassicurante, per questo Platone contrapponeva al mondo sensibile il mondo delle Idee, essenze perfette e finite, estranee al movimento e ai cambiamenti. L'uomo si vive come corpo e nonostante interiorità ed esteriorità siano inscindibili, vittime del pregiudizio cartesiano, tendiamo a vedere res cogitans e res extensa come due entità separate. Ancora, nel cartone Disneyano "Inside Out", vediamo, per tutto il cartone, sempre la stessa immagine della protagonista Riley, il suo corpo non subisce cambiamenti per tutta la durata della rappresentazione, invece le emozioni, la mente e tutto ciò che costituisce "l'anima" del personaggio sono soggetti a innumerevoli trasformazioni. Il titolo stesso della pellicola, "Inside Out", richiama il paradigma dualistico, platonico e cartesiano proprio dell'Occidente. La tendenza a rappresentare il corpo come qualcosa di fisso è riscontrabile in numerosi cartoni animati, che spesso utilizzano lo stesso disegno per il medesimo personaggio, ignorando il fatto che il corpo di questi possa subire mutamenti a causa del tempo e di altri fattori. Proviamo a pensare alle figure utilizzate in "Mickey Mouse": i vari protagonisti sono rappresentati sempre allo stesso modo; mai ci viene presentato un Topolino che porti i segni del tempo, le variazioni di peso e di forma che un corpo può subire. Come magistralmente insegna Foucault, i media possono essere uno strumento utilizzato dal potere per veicolare messaggi ed esercitare la propria forza sulla popolazione. I cartoni animati, al cui mondo siamo iniziati fin da piccolissimi, si fanno portatori di una certa idea di corpo e di figura esteriore.
Strategie di Trattamento e Prevenzione
La bulimia, che si presenta di solito a un'età meno precoce della Anoressia Nervosa (AN), può rappresentare l'evoluzione di quest'ultima, caratterizzata sempre dalla stessa ossessione per il peso e le forme corporee. Che nella AN si esprime attraverso la restrizione e il controllo estremo dell'apporto calorico, mentre nella Bulimia Nervosa (BN) si ha la perdita del controllo con abbuffate compulsive, seguite da metodi di compenso. La differenza tra AN e BN sta nella diversa proporzione tra controllo e difficoltà nel mantenerlo. Nella BN abbiamo spesso associazione con multicompulsività verso alcol, sostanze, shopping, scatenata per lo più da emozioni negative. Anche la BN si associa a complicanze mediche importanti, soprattutto legate alle pratiche eliminatorie, quali le callosità sul dorso delle mani (segno di Russell), l'ipertrofia delle ghiandole salivari, l'erosione dello smalto dentale, oltre alle lesioni esofagee.
Più che sforzarsi di far rientrare i DCA in categorie nosografiche, sottolineandone le differenze, sarebbe invece più opportuno ricercarne le caratteristiche comuni, soprattutto la condivisione dello stesso nucleo psicopatologico, con un pensiero invasivo che non cambia tra maschi e femmine, tra adulti o adolescenti, che sia una AN, BN o Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI). L'elemento patognomonico della diagnosi di DCA non è il peso, né la messa in atto di pratiche disfunzionali, non sono particolari esami ematochimici o strumentali, ma è un dato clinico che emerge dal semplice colloquio col paziente. Il DAI si sta diffondendo sempre di più, in maniera preoccupante anche tra gli adolescenti, accompagnandosi frequentemente con disturbi dell'umore. L'abbuffata, non seguita da pratiche eliminatorie, fa sì che si arrivi all'obesità, con le relative complicanze organiche. I sistemi cerebrali che regolano la gratificazione e il piacere sono alla base dei comportamenti compulsivi.
Le problematiche che oggi osserviamo nel comportamento alimentare e nelle patologie a esso associate vanno ricercate nella complessa interazione tra l'essere umano, immutato nel tempo, e l'ambiente che si sta modificando a ritmo frenetico. Palazzo Francisci, a Todi, in Umbria, è stata la prima struttura pubblica residenziale in Italia dedicata al trattamento dei DCA, che segue un approccio terapeutico integrato, multiprofessionale, interdisciplinare. Psicologi, medici, educatori, con un lavoro di equipe, portano avanti obiettivi terapeutici finalizzati non solo a riportare il peso alla norma e migliorare le condizioni organiche, ma soprattutto ad aiutare la mente a liberarsi del pensiero ossessivo che la pervade. Riabilitazione nutrizionale e psicologica devono andare di pari passo, in un percorso che dura mediamente dai 3 ai 5 mesi, nel quale viene coinvolta anche la famiglia, specialmente per pazienti in età evolutiva.
L'articolo è a cura di Martina Migliarini, appassionata di filosofia, psicologia, arte e teatro. Praticante di calisthenics, amante delle passeggiate in montagna. I seguenti articoli derivano da un paper di studio redatto e scritto da Martina Migliarini.
Credo nel cinema come strumento di trasformazione sociale e so che i grandi cambiamenti sono lenti e difficili, ma anche che sono fatti di piccoli passi - spiega la regista Carmen Córdoba. - Il mio sogno è che “Roberto” sia uno di questi passi. Il “carteggio illustrato” dura anni, anni in cui la bambina (diventata nel frattempo una donna) si fa sempre insicura rispetto al suo aspetto fisico, sempre più grassa nonostante i digiuni ai quali si sottopone. Il suo senso di vergogna è reso ancora più forte dal fatto che Roberto, divenuto un pittore, dipinge corpi di donne magrissime, quasi ne fosse morbosamente ossessionato. Si vede impietosamente grassa, e anche noi spettatori la vediamo così. Il cortometraggio è disponibile in streaming gratuito sul portale Raiplay. Il nostro pianeta ha bisogno di un'informazione libera e indipendente.
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