L'Ambivalenza Affettiva: Il Labirinto dei Sentimenti Contrastanti

L'esperienza umana è intessuta di sfumature, di emozioni che si intrecciano, talvolta in modo così sottile da passare inosservate, altre volte con una forza dirompente che ci lascia spiazzati. Tra queste, l'ambivalenza affettiva emerge come una delle più complesse e pervasive, un vero e proprio labirinto interiore in cui sentimenti, pensieri e impulsi opposti convivono, spesso in un conflitto silenzioso ma potente. Non si tratta di una semplice indecisione, ma di una tensione profonda che può condizionare le nostre scelte, le nostre relazioni e la nostra percezione del mondo. Questo articolo si propone di esplorare le molteplici sfaccettature dell'ambivalenza affettiva, dalle sue origini psicologiche alle sue manifestazioni più evidenti, analizzando come essa possa trasformarsi da fonte di sofferenza a catalizzatore di crescita personale.

Illustrazione di una persona divisa tra due emozioni opposte

Il Significato di Ambivalenza: Un Conflitto di Forze

Il termine "ambivalenza" deriva dal latino "ambi" (entrambi) e "valentia" (forza), evocando l'immagine di una persona che si sente "tirata" da due forze interiori di pari intensità ma dirette in sensi opposti. In psicologia, questo concetto descrive la coesistenza simultanea di sentimenti, impulsi o pensieri contraddittori ma di uguale forza nei confronti della stessa persona, oggetto o situazione. È una condizione che va oltre la semplice incertezza, rappresentando una vera e propria spaccatura emotiva.

Il concetto fu introdotto in ambito clinico nel 1910 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, che la definì come un atteggiamento psichico in cui due impulsi o sentimenti opposti sono rivolti, nello stesso momento, verso il medesimo oggetto. Questa definizione ha rappresentato una pietra miliare per la comprensione del significato psicologico dell'ambivalenza, aprendo la strada a indagini più approfondite sulle sue origini e sulle sue manifestazioni.

L'Ambivalenza in Psicologia: Oltre la Semplice Contraddizione

Il significato psicologico dell'ambivalenza approfondisce la sua definizione generale, descrivendo uno stato, che può essere temporaneo o più stabile, in cui convivono sentimenti contrastanti. Questa condizione emerge dalla presenza simultanea di pulsioni opposte - apparentemente inconciliabili - verso lo stesso oggetto. A un livello più profondo, può nascere da un conflitto tra processi inconsci, che si manifesta poi come una contraddizione a livello cosciente, lasciandoci confusi e divisi.

L'ambivalenza è un’esperienza comune negli esseri umani. È uno stato mentale in cui una persona ha sentimenti contrastanti in relazione a qualcosa. Tutti noi, compresi i bambini, possiamo sperimentare un atteggiamento ambivalente: possiamo provare sentimenti positivi e negativi per lo stesso oggetto allo stesso tempo. Ci piace il senso dell’umorismo di una persona ma non la sua inaffidabilità, oppure apprezziamo il coraggio di una persona ma pensiamo che non abbia compassione.

Per comprendere meglio cosa significhi essere ambivalente e da dove nasca l’incoerenza di certi atteggiamenti, è utile analizzare le tre dimensioni principali in cui il comportamento ambivalente può manifestarsi:

  • Dimensione cognitiva (del pensiero): Riguarda la coesistenza di credenze e opinioni contrastanti. Ad esempio, si può essere convinti dei benefici di una scelta e, contemporaneamente, essere consapevoli di tutti i suoi svantaggi, generando argomenti interiori che incorporano due punti di vista opposti.
  • Dimensione affettiva (delle emozioni): È il campo dell’ambivalenza affettiva, dove convivono sentimenti opposti come amore e odio, tenerezza e rabbia, verso la stessa persona.
  • Dimensione comportamentale (o volitiva): Si manifesta quando c’è un’incongruenza tra ciò che si sente e ciò che si fa. Ad esempio, desiderare la vicinanza di una persona ma agire in modo da allontanarla.

L’ambivalenza, quindi, emerge spesso come un’incoerenza tra queste dimensioni. Una persona può provare un forte sentimento a livello affettivo (valore positivo), ma mettere in atto comportamenti di allontanamento (valore negativo), manifestando così un atteggiamento che può generare confusione sia in prima persona, sia nella persona amata.

L'Ambivalenza Emotiva: Il Cuore delle Relazioni Intime

L'ambivalenza emotiva, e in particolare l'ambivalenza affettiva, emerge con forza nelle relazioni intime e in amore. Si manifesta quando dentro di noi coesistono emozioni e desideri opposti verso il partner: possiamo amare profondamente una persona e, contemporaneamente, provare un forte risentimento o una grande frustrazione nei suoi confronti. In questi casi, amore e odio possono essere presenti con la stessa intensità, creando una dinamica che può logorare sia noi stessi sia la relazione. Vivere un legame che sentiamo essere fonte sia di gioia sia di dolore è profondamente destabilizzante. Un esempio classico di rapporto in cui l'ambivalenza è spesso presente è quello tra genitore e figlio, dove il bisogno di affetto e attaccamento può scontrarsi con il desiderio di indipendenza e libertà.

Coppia che si abbraccia ma con espressioni di conflitto

Come Riconoscere una Relazione Ambivalente?

Le relazioni dominate dall’ambivalenza possono essere fonte di grande confusione e sofferenza. Al loro interno, momenti di intensa vicinanza e condivisione si alternano a periodi di freddezza e distacco, lasciando i partner in un costante stato di incertezza.

È importante chiarire che è più corretto parlare di comportamenti, pensieri o emozioni ambivalenti piuttosto che di una vera e propria personalità ambivalente in amore. Non si tratta di un'etichetta, ma di un modo di funzionare. Chi agisce in modo ambivalente potrebbe inviare segnali discontinui di interesse, alimentando speranze nel partner per poi ritrarsi, una dinamica che ricorda pratiche come il breadcrumbing. Tali dinamiche si riferiscono non solo ai legami romantici e sessuali, ma anche ad altre forme di rapporto in cui entra in gioco una forte valenza emotiva: tra amici intimi, colleghi, soci in affari, maestri e allievi, tra fratelli, tra genitori e figli, persino tra terapeuti e pazienti.

Le Cause dell'Ambivalenza Affettiva: Radici Profonde e Complesse

Ma quali sono le cause dell'ambivalenza affettiva? Le radici di questo stato emotivo possono essere complesse. Spesso, l'ambivalenza è legata a una profonda difficoltà nel fare una scelta e nel prendere decisioni. Questa paralisi decisionale può derivare da un conflitto interiore tra i propri desideri e i valori imposti dalla società, dalla cultura o dalla famiglia.

A un livello più profondo, molti psicologi individuano una delle cause principali dell'ambivalenza nella paura inconscia di commettere un errore. La scelta di una direzione implica la rinuncia a un'altra, e questa perdita potenziale può essere così spaventosa da preferire rimanere in uno stato di immobilità, anche se doloroso.

Un esempio emblematico di questa dinamica si ritrova nella figura dell'ossessivo. Il bambino futuro ossessivo spesso è il "gioiello" preferito della mamma, vive cioè in relazione a lei un amore infantile molto intenso, di natura esclusiva, appagante e rassicurante. È a questo livello che è da ricercare l’amore dell’ossessivo per il controllo, l’ordine e la disciplina. Per far fronte alla caduta mette in campo le prime difese ossessive. Investe affettivamente la Legge come strumento che gli può offrire un riparo, un surrogato della garanzia perduta in relazione al rapporto con la madre. La situazione però è ancor più complessa, perché l’ossessivo non nutre solo amore verso il padre e la morale. Nel suo inconscio continua ad odiarli, per essere stati i responsabili della rottura dell’idillio con la madre. Questo fenomeno rappresenta la famosa ambivalenza dell'ossessivo. Da una parte egli ama, ubbidisce, è servile, risponde a tutte le richieste che gli vengono fatte, anche quelle che a lui non vanno a genio. Rinunciando alle sue passioni e ai suoi desideri per assecondare la volontà altrui, finisce con il rendere il suo desiderio semplicemente impossibile.

Spesso è proprio nelle relazioni sentimentali con le donne che l’ossessivo mostra tutta la sua ambivalenza affettiva. L’amore si accompagna sempre a dell’odio verso la sua partner, colpevole di aver destabilizzato con il desiderio provocato in lui l’ordine e l’amministrazione della sua vita. Allora possiamo vedere come questa tipologia d’uomo tenda ad essere sadico nei confronti dell’oggetto d’amore, finendo frequentemente con il distruggerne il desiderio e la vitalità. Se poi la donna lo lascia possono comparire sensi di colpa e tentativi disperati per recuperare il rapporto, destinati però a non durare, se non avviene contestualmente una presa di coscienza delle dinamiche inconsce retrostanti. La donna amata finisce per essere desessualizzata, il desiderio non può avere spazio in un rapporto ufficiale.

La tendenza a procrastinare, il dubbio, l’incapacità di scelta assumono alla luce della spiegazione psicoanalitica una chiarezza illuminante. L’ossessivo non sa decidersi perché scegliere comporta un salto nel vuoto, non garantito da nessuna legge e da nessuna razionalizzazione. Le mille elucubrazioni mentali non portano da nessuna parte, paralizzano soltanto. Perché decidere vuole dire esporsi a un fatto inaggirabile della vita: di nessuna strada intrapresa si può avere a priori una garanzia di successo. Anteporre il bisogno di certezza alla realizzazione di aspirazioni e desideri condanna fatalmente alla sterilizzazione della vita.

Esemplificativo al massimo a tal proposito è il racconto di Franz Kafka “La tana”, in cui il personaggio, per ripararsi dal mondo esterno pieno di pericoli, si scava una tana estremamente ingegnosa nel suo impianto, confortevole e piena di ogni bene materiale. Un fischio che si può paragonare all’irruzione di qualcosa dell’ordine del desiderio, spesso vera causa della richiesta di aiuto da parte dei soggetti ossessivi. Domandano ad uno psicoterapeuta proprio quando qualcosa irrompe nell’ordine amministrato della loro vita: un cambiamento di lavoro, una rottura sentimentale. E si chiedono finalmente chi sono e cosa vogliono veramente.

Teoria dell´attaccamento

Ambivalenza Patologica: Quando l'Incertezza Diventa Malattia

Se, come abbiamo visto, una certa dose di ambivalenza emotiva è parte dell'esperienza umana, è anche vero che in alcuni contesti può diventare un sintomo clinicamente rilevante. In ambito psicopatologico, un'ambivalenza pervasiva e paralizzante può essere uno degli elementi centrali di alcune nevrosi e disturbi di personalità, come il disturbo dipendente o il disturbo borderline.

Spesso, alla base di queste difficoltà, si può riscontrare uno stile di attaccamento di tipo ambivalente (noto anche come attaccamento ansioso ambivalente o insicuro ambivalente) sviluppato durante l'infanzia. Nello stile di attaccamento ambivalente, il caregiver (la figura di riferimento) risponde in maniera imprevedibile e contraddittoria ai bisogni del bambino. A volte può mostrarsi disponibile e affettuoso, altre volte distante, rifiutante o eccessivamente intrusivo. Questa incostanza genera nel bambino una profonda confusione e insicurezza. Di conseguenza, il bambino interiorizza un'immagine scissa del genitore, che è contemporaneamente fonte di amore e di frustrazione. Per proteggersi da questa angoscia, può sviluppare meccanismi di difesa come la scissione (tipica del disturbo borderline di personalità), ovvero la tendenza a vedere gli altri e sé stessi come o 'tutti buoni' o 'tutti cattivi'. Questa dinamica può portare a un attaccamento ambivalente in amore anche in età adulta.

Diagramma che illustra le diverse tipologie di attaccamento infantile

Quando l'Ambivalenza Diventa un Problema?

L'ambivalenza è una parte naturale della vita, ma quando non riusciamo a riconoscerla e a darle un nome, può diventare un problema. Se questa tensione interiore non ha accesso alla nostra consapevolezza, può manifestarsi attraverso una serie di segnali, come:

  • Stallo decisionale: la classica sensazione del “non so mai cosa scegliere”, che paralizza di fronte a piccole e grandi decisioni.
  • Movimenti oscillatori: un continuo alternarsi tra desiderio e fatica, che porta a iniziare progetti con entusiasmo per poi abbandonarli poco dopo.
  • Confusione interiore: una persistente incertezza su ciò che si vuole veramente dalla vita, dal lavoro o dalle relazioni (“non so cosa voglio”).
  • Comportamenti contraddittori: agire in modo opposto a ciò che si dice o si sente, creando sconcerto in sé stessi e negli altri.
  • Impulsività inspiegabile: compiere scelte drastiche e improvvise, come licenziarsi o chiudere una relazione, per poi chiedersi “ma perché l’ho fatto?”.

In questo stato di scarsa consapevolezza, una persona può vivere una profonda incongruenza, faticando a entrare in contatto con le proprie emozioni e i propri bisogni autentici. Per sfuggire al conflitto, può arrivare a negare o reprimere una delle due 'parti' di sé, finendo per percepire la propria esperienza in modo distorto e incompleto.

Ma perché è così difficile accettare la propria ambivalenza? Spesso, alla base di questa fatica si possono trovare alcuni temi ricorrenti:

  • Una difficoltà a definire e riconoscere i propri bisogni.
  • Una fatica a dar loro delle priorità e a lasciar andare o scegliere.
  • Una visione delle scelte come punti di non ritorno.
  • Uno scarto tra il Sé reale e il Sé ideale.
  • La presenza di convinzioni rigide.

Come Gestire l'Ambivalenza: Verso una Maggiore Consapevolezza

L'ambivalenza non è una condanna, ma una sfida. La chiave per trasformarla da ostacolo a opportunità risiede nella consapevolezza e nell'accettazione. L'obiettivo della terapia, in questo senso, non è eliminare o "curare" l'ambivalenza, ma imparare a gestirla. Si tratta di un percorso per nominarla, riconoscerla e accettarla come parte di sé, riducendo così l'angoscia che ne deriva.

Un terapeuta può aiutare ad accogliere entrambi i poli della contraddizione, lavorando su più fronti:

  • Accogliere i vissuti della persona di fronte al conflitto, senza giudizio.
  • Esplorare entrambi i sentimenti o desideri, conferendo a ciascuno la medesima dignità e importanza.
  • Aiutare a comprendere in che modo questa ambivalenza interna condiziona le scelte e i comportamenti quotidiani.

La pratica meditativa, ad esempio, offre strumenti preziosi per sviluppare questa capacità. Attraverso la meditazione, impariamo a osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni senza attaccamento né evitamento. Si cerca di non aggrapparsi alle sensazioni piacevoli perché il nostro scopo è restare nel presente, sapendo che saranno inevitabilmente transitorie. Allo stesso modo, si cerca di non evitare le sensazioni spiacevoli, poiché anche queste sono destinate a passare. Questo processo, sebbene semplice da comprendere, è difficile da mettere in pratica, come tutte le cose che funzionano davvero.

Quando stiamo vivendo un amore, di certo possiamo crogiolarci nelle belle sensazioni, ma pensare che saranno sempre belle e sempre della stessa intensità rischia di farci creare criteri di valutazione irrealistici. Per non parlare di quando pensiamo di sapere come ci dovrebbe far sentire una persona ancora prima di averla frequentata. Ciò non significa che la gente non possa trattarci male, ma significa che dobbiamo stare attenti a credere che una cosa complessa come una relazione possa avere solo lati positivi.

Ora, l'equanimità perfetta non esiste, si tende a quello. Durante la pratica ci accorgiamo di quando ci attacchiamo ed evitiamo. Cioè non è che non accada, accade di continuo e la pratica è accorgersene per tornare al presente. Tutto ciò è davvero molto simile a come funziona il nostro sistema valutativo nella vita quotidiana. Infatti, molte persone che iniziano a meditare si spaventano all'inizio dicendo cose del tipo: “Ma non è che poi non sarò più in grado di giudicare se una cosa mi fa bene o male?”. La risposta è assolutamente no. Quando mediti e provi gioia, sei presente alla gioia di quel momento. Se provi tristezza, sei presente a quella tristezza. In realtà, questa qualità non ti rende meno capace di giudicare ma maggiormente libero dalle maglie ristrette del nostro sistema valutativo. Cioè, se il tuo partner ti tratta male, e tu sei pienamente presente a quegli atti, prima o poi ti renderai conto che non fa per te. Se il tuo partner ti tratta bene, succede la stessa cosa.

L’ambivalenza implica la presenza di una differenziazione laddove prima c’erano un'unione e una fusione: l'alternanza di vissuti di odio e amore sostituiscono la sintonia, la cooperazione, la fiducia, la dipendenza reciproca. Inoltre, l’ambivalenza di un partner "protegge il soggetto dalla responsabilità di aver causato lui stesso, individuandolo, la separazione dall’oggetto dell’amore: la scissione dall’oggetto infatti consente di proiettare su di esso la propria colpa".

Le relazioni ambivalenti possono essere "interminabili", in quanto caratterizzate da una continuità del sentimento (amore versus odio, e viceversa, possibile innescamento di dinamiche sado-masochistiche e feticistiche), mentre una reale chiusura di un rapporto si raggiunge solo con l’indifferenza. Se nell’ambivalenza vi è la persistenza del sentimento, l’ambiguità si caratterizza per l’instabilità affettiva e relazionale. "Nel soggetto ambiguo non sono chiari i termini odio/amore, tutto è possibile e intercambiabile… l’ambiguo non è governato da sentimenti profondi e stabili ma da emozioni e sensazioni frammentate perché legate al vissuto di gratificazione e di protezione che in un dato momento una certa situazione o relazione può dargli". Ma come per l’ambivalente, anche per l’ambiguo la separazione è provvisoria: non essendo legato profondamente a niente e a nessuno, non può neppure distaccarsi definitivamente: non è raro assistere a ricongiungimenti in un rapporto che in precedenza aveva contribuito a distruggere.

L'Importanza di Chiedere Aiuto

Se non sai come affrontare l’ambivalenza in maniera autonoma, non esitare a rivolgerti ad un professionista. L’ambivalenza può manifestarsi in tre sfere: cognitiva, affettiva e comportamentale, e può essere temporanea o permanente. Come districarsi allora in una situazione ambivalente? Il termine ambivalenza, in psicologia, viene adottato quando un soggetto prova due sentimenti, coesistenti tra loro, che solitamente sono anche opposti tra loro. Si deve a Eugen Bleuler, psichiatra svizzero, una prima definizione del concetto di ambivalenza. L’ambivalenza è un fenomeno comune che tutti possono sperimentare, inclusi i bambini. Per fare esempi nell’età adulta, potremmo apprezzare il senso dell’umorismo di un nostro amico ma detestare con la stessa intensità il suo essere permaloso.

La sfera cognitiva razionale, relativa a opinioni, credenze o conoscenza, Bleuler la definisce come intellettuale. La sfera comportamentale, che rappresenta le reazioni di una persona a un oggetto o un evento, Bleuler la chiama volitiva, dal momento che risulta legata alla volontà. L’ambivalenza emerge principalmente come incoerenza rispetto ai valori positivi o negativi che possiamo attribuire ad ognuna di queste sfere. La persona ambivalente non è sempre consapevole del conflitto tra i suoi sentimenti contraddittori. Tuttavia, quando si lavora terapeuticamente sull’ambivalenza è possibile che compaiano sintomi nevrotici come la fobia, in cui l’odio viene proiettato su un oggetto sostitutivo, e la nevrosi ossessiva che rimuove l’impulso ostile rafforzando il moto libidico sottoforma di formazione reattiva. Il comportamento di una persona ambivalente si specifica primariamente per l’imprevedibilità. Quando siamo di fronte a qualcosa che ci alletta e che respingiamo, solitamente tendiamo ad esitare. Non è infrequente vivere e manifestare una ambivalenza emotiva. Simili situazioni interiori accadono perché la sfera della consapevolezza non risulta ancora coinvolta, risultiamo agiti dall’ambivalenza, e incapaci di decidere in coscienza e piena autonomia.

Lo studio della psicopatologia delle rotture consente di mettere in luce le strutture generali dei processi di costruzione e distruzione dei legami affettivi intensi e le loro varianti individuali, che rivestono rilevanza significativa nella clinica dei disturbi dell’umore e dei disturbi borderline di personalità. Il saggio L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive di Riccardo Dalla Luche e Simone Bertacca, con la prefazione di Antonello Correale (FrancoAngeli, 2007, 4a ristampa 2013), rappresenta un utile strumento di orientamento per quanti studiano il complesso mondo delle relazioni affettive. «Ogni dinamica amorosa si svolge secondo una temporalità lineare rispetto alla quale il soggetto “normale” si sincronizza evitando così ogni complicanza psicopatologica. La “normalità” presuppone dunque la persistenza della incorporazione dell’oggetto (secondo la teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali, l’oggetto è il referente privilegiato di una relazione affettiva. Il termine oggetto si riferisce sia all’immagine internalizzata sia alla persona reale, ndr), la capacità di modulare l’ambivalenza (cioè di accettare i lati negativi dell’oggetto, costantemente controbilanciati da quelli positivi), di evitare per quanto possibile l’ambiguità nella relazione, di riattivare periodicamente e spesso solo simbolicamente momenti di apicalità affettiva, in un costante rinnovamento senza cui la relazione si spenge e si esaurisce», scrivono Dalle Luche e Bertacca. Ma c’è di più. Tali dinamiche si riferiscono non solo agli amori sessuali, ma anche ad altre forme di legame in cui entra in gioco una forte valenza emotiva (tra amici intimi, colleghi, soci in affari, maestri e allievi, tra fratelli, tra genitori e figli, terapeuti e pazienti). «Quando questi rapporti, particolarmente stretti e vitali per entrambi i partners, vengono progressivamente pervasi dal disamore se non dall’odio, si interrompono in maniera sorprendente, imprevedibile, dolorosa. L’ambiguità e l’ambivalenza che per un certo periodo li caratterizzano sono indici precisi del fatto che i processi di attaccamento si sono deteriorati, che i legami si sono ammalati» spiegano i due psicoterapeuti nella premessa.

Come si manifestano i meccanismi malsani e distruttivi - che porteranno al degrado affettivo e finanche alla rottura - inerenti alle dinamiche di ambivalenza e ambiguità - all’interno di una relazione affettivamente intensa (un rapporto simbiotico, in linguaggio psicoanalitico)? Partiamo dai termini. Gli autori definiscono ambivalenza e ambiguità come due fenomeni connessi all’impossibilità di mantenere una relazione affettiva costante. In particolare «dal punto di vista relazionale l’ambivalenza può essere definita semplicemente come una dinamica di legame che oscilla tra l’attaccamento e il distacco, la costruzione o la distruzione di legami cooperativi e si esprime con l’alternanza di tenerezza e ostilità, idealizzazione e disprezzo verso uno stesso oggetto». Essa può essere un atteggiamento normale nei rapporti affettivi ma può giungere a esiti psicopatologici quando è «espresso, intenso e protratto il suo potere distruttivo sugli affetti del suo oggetto e quindi sul legame».

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